10 giorni con il maestro Ariga: day 3

È già arrivato l’ultimo giorno del seminario di Oslo. Abbiamo lasciato il b&b ed alle 11 sono cominciate le ultime due ore di pratica sul territorio norvegese. Sono riuscito a lavorare con persone che conosco bene, e che so già che mi offriranno un feedback specifico, che mi permetterà di mettere alla prova la mia comprensione di quel lavoro che sto cercando non solo di decodificare, ma proprio di assimilare con il corpo. E poi ho cercato di praticare con un po’ delle persone che ho conosciuto al party del sabato sera, persone nuove, che ti offrono una reazione inaspettata e a cui devi adattare più volte il tuo movimento cercando di non abbandonare il lavoro prodotto dal maestro. Arigasensei ha proposta un po’ più forme quest’ultima lezione, confidando che gli elementi costitutivi del suo Aikidō fossero oramai abbastanza chiari e che si potesse in un determinato contesto metterli alla prova. Non so dire se lavorare nella forma sia più facile o difficile, è più difficile perché la meccanicità della forma induce spesso a ripetere il gesto già conosciuto, perché purtroppo la mente si rifugia continuamente nel già conosciuto. Può essere più facile se la forma invece diventa un supporto stabile così da poter porre il proprio focus sugli elementi che si stanno investigando perché o nuovi o non ancora pienamente assimilati. Per me è, come credo per buona parte, entrambi, mi permette di osservare dettagli di forme che ho già visto ed ora mi sembra di cogliere per la prima volta, soprattutto il timing di certe porzioni, ma allo stesso tempo la confidenza con la parte più meccanica mi porta ad accelerare andando a perdere la consapevolezza dei fondamentali soprattutto della postura in gravità e della qualità positiva nelle rotazioni. Quindi per me è vero che c’è stata meno precisione, però allo stesso tempo l’energia è stata più scorrevole, permettendo al corpo di scaricarsi. Ora vedremo se dopo delle lezioni così intense, cambiando il contesto con il passaggio alla pratica nei dōjō individuali nei giorni feriali, la mia capacità di assimilare queste proposte funzionerà differentemente. C’è anche un”altra riflessione che vorrei condividere, una cosa che mi è successa sul tatami, e non è la prima volta, e penso sia un’esperienza che abbiamo avuto tutti, l’Uke con cui non ti trovi proprio e che arrivi al limite di mandarlo a quel paese. Certamente è in buona parte colpa mia, perché mi succede spesso quando incontro la persona sbagliata nel momento giusto. Il momento è quello giusto perché quelle volte ho fatto da Uke al maestro, e quindi ho un’impressione molto forte di che lavoro mi è stato fatto addosso, ed ammetto che ho un’energia più alta in quei momenti, perché ho sentito la tecnica in un determinato modo e cerco di rimetterla in atto e che mi sia fatta in un modo che sia il più fedele possibile alla mia impressione. E questo può essere negativo, la mia energia più alta può scontrarsi con la confusione di qualcuno che invece quella tecnica l’ha vista da fuori e sia incerto, però anche la persona che ti prende dopo che hai appena fatto da Uke, non vi parrebbe normale che se gli dici qualcosa provi un attimo ad ascoltarti? Per farla breve ieri dopo aver fatto da Uke al maestro mi prende uno, lo lascio cominciare, come faccio sempre sui tatami che conosco poco perché mi permette di regolarmi sull’intensità che poi avrò come Tori, Questosignore comincia e secondo me è un disastro, non riesco neanche a capire come cadere visto che lo sto reggendo io, in qualche modo mi tuffo le mie quattro volte, anche se voglio aiutare non lo faccio mai al primo giro, perché per esperienza ci sono tante persone che quando gli fai tu la tecnica ti osservano per capire come la fai, e poi decidono se la tua esecuzione differisce dalla loro e se possono prenderne qualcosa. Non posso dire che la faccia giusta però posso dire che cerco di farla come l’ho sentita,al tipo evidentemente non gliene frega u nulla. Al suo turno ripete il disastro del primo giro, alla seconda esecuzione gli dico che il maestro teneva l’asse dritto (non vedo perché lo devo regge io quando sta storto) ed aveva il centro rivolto verso di me, cercando di essere “diplomatico” nell’esprimermi. Effetto nullo, se gli avessi detto che il mio colore preferito è il verde petrolio avrei avuto lo stesso effetto. Mi tuffo gratis un’altra volta, alla terza esecuzione è poggiato su di me con una spalla (la mia fronte vede perfettamente la sua tempia) e la sua linea centrale è rivolta alla mia destra, davanti la mia mano che cerca di non fare nulla ma non sa perché, allora gli tocco il nodo della cintura e cerco di girarlo un po’ verso di me, si ferma, prende spazio e mi dice “i don’t like people telling me what to do!”. Imbarazzatissimo silenzio da parte mia, il mio unico pensiero dentro di me, alla romana, è “tepotevifalicazzituaseiuncojonenonimparimai”, mi tuffo altre due volte, poi turno mio e altri quattro tuffi, mi lascia così, un po’ amareggiato. Sabato pomeriggio ci evitiamo accuratamente però la sera penso che l’aikido non debba funzionare così, la pratica con l’altro non dovrebbe lasciarti con un sapore così amaro. Quindi stamattina l’ho cercato, non gli ho detto niente, ho cercato di fare Uke in modo da condizionare il suo movimento senza però ostacolarlo. A fine lezione, quando faccio il giro come sempre per ringraziare tutti quelli con cui ho lavorato, lo trovo, lo ringrazio e gli chiedo scusa per averlo “corretto” ieri, non ho neanche finito che lui mi chiede scusa a sua volta perché ha pensato di essere stato maleducato e brusco. Come diceva l’agente Huber “tutto è bene quel che finisce beeenee” Vi lascio che vado a fare un giro a vigenland park approfittando che qui c’è luce fino alle undici passate.

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