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Marco D'Amico (1976) inizia a praticare aikido nell'ottobre del 1995, presso il Seiki dojo a Roma, con il maestro Franco Martufi (V dan aikikai). Nel 1997 segue per un anno le lezioni presso il dojo centrale tenute da Alberto Anzellotti (V dan aikikai). Nel 1998 torna a praticare al seiki dojo passato nelle mani di Adriano Olmelli (IV dan aikikai), ed

Metodo didattico del maestro Fujimoto

Chi ha incontrato il maestro Fujimoto può essere rimasto colpito in particolare dalla sua tecnica, contraddistinta da movimenti ampi, netti, circolari, ed ho sentito spesso persone esaltare la bellezza estetica dei suoi gesti, ma chi ha seguito l’insegnamento del maestro, soprattutto negli ultimi dieci anni di attività, si sarà reso certamente conto che, oltre ad aver affinato il suo metodo di insegnamento, era andato soprattutto definendo un metodo formativo completo rivolto agli insegnanti ed agli allievi. Il maestro ha vissuto in Italia per quarant’anni, dal 1971, ed il suo proposito è stato di contribuire alla costruzione di quel ponte d’argento, evocato dal fondatore dell’Aikidō Morihei Ueshiba in un discorso tenuto per la prima volta fuori dal Giappone alle Hawaii, un ponte che fosse da collegamento tra la cultura giapponese tradizionale espressa nel Budō, la via formativa marziale, con la cultura Occidentale. Sono molti gli insegnanti giapponesi che insegnano ed hanno insegnato fuori dal Giappone, ma sono molti meno quelli che vivendo regolarmente in un paese occidentale hanno anche cercato di adattare il loro metodo di insegnamento agli allievi occidentali senza tuttavia compromettere i valori della cultura giapponese ed orientale. È importante comprendere che il metodo didattico del maestro Fujimoto non è una semplificazione o impoverimento della materia che costituisce l’Aikidō per renderlo più accessibile a tutti, ma un percorso impegnativo che, seguito, porta ad assimilare il pensiero giapponese arricchendo la nostra formazione fisica, culturale e spirituale.

Il legame honbu, Kisshomaru e Moriteru Ueshiba.

Il maestro ha cominciato a praticare Aikidō al club universitario ma ha ricevuto la sua impronta più importante all’hombu dōjō, la sede centrale internazionale di Tōkyō. I suoi principali insegnanti sono stati le colonne portanti di quel periodo che va dagli anni 60 ai primi anni 70, in particolare il doshū Kisshomaru Ueshiba e il dōjōchō Kisaburo Osawa. È in quegli anni che il corpus tecnico e l’insegnamento nell’Aikidō diviene strutturato e si viene a formare una generazione di shihan, maestri da ergersi a modello, che condividono la medesima formazione mantenendo la propria impronta personale. È grazie alla spinta ed al lavoro di quella generazione se l’Aikidō si è diffuso in tutto il mondo senza snaturarsi. Il maestro ha sempre riconosciuto l’hombu dōjō come il centro dell’Aikidō nel mondo, e soprattutto l’importanza del ruolo dell’attuale dōshū, chi custodisce e definisce l’insegnamento fondamentale, Moriteru Ueshiba. Ha anche spesso invitato i suoi allievi a recarsi in Giappone per avere un’esperienza di prima mano della pratica alla scuola centrale.

Gli altri insegnanti importanti

Un insegnante che con il suo metodo moderno ha lasciato un’impronta profonda nel maestro Fujimoto è stato il maestro Koichi Tohei, purtroppo dissidi con l’Aikikai hanno fatto si che Tohei abbia intrapreso un percorso separato dall’Aikikai, va però riconosciuto che la sua capacità pratica e accessibile di trasmettere gli insegnamenti è stata molto formativa per il maestro. Altri maestri importanti durante l’apprendimento in Giappone sono stati Masuda e Yamaguchi, e quando il maestro ha raggiunto l’Italia il maestro Tada.

Programma delle tecniche d’esame del 1975

Nella prima metà degli anni 70, quando il maestro aveva da poco raggiunto l’Italia, i maestri giapponesi residenti in Europa tra cui Tada, Chiba, Asai ed altri si ritrovano per definire una didattica che ponesse le basi anche per gli allievi occidentali, con le loro differenze culturali, di un percorso tecnico chiaro e solido. Ne deriva un programma di esami che è un vero e proprio piano di sviluppo secondo delle linee direttrici essenziali. Quel programma ha segnato, per il maestro Fujimoto, un importante impalcatura su cui strutturare il suo insegnamento.

Punti fissi e requisiti nei gradi di esame

Nel programma di esami le tecniche vengono introdotte grado per grado, progredendo in una scala di complessità via via maggiore, ma sempre come evoluzione progressiva delle tecniche base fondamentali, che i principianti devono studiare e assimilare fin dal primo giorno. È un percorso basato su una logica propedeutica, e per questo, nel momento dell’esame, alcune determinate tecniche sono un requisito fondamentale per dimostrare di stare progredendo correttamente nell’apprendimento dell’Aikidō. Gli esami non sono un’occasione per esibirsi in virtuosismi fini a se stessi, ma segnano sul percorso del praticante l’acquisizione di obiettivi intermedi necessari.

Cinque tecniche fondamentali

Le tecniche fondamentali sono cinque: ikkyō-shihōnage-iriminage-kotegaeshi-kaitennage, legate insieme dal kokyūhō che ne è alla base, ne fa da collante e da raccordo. La varietà degli attacchi a cui rispondere, più o meno elaborati, è solo uno stimolo a confrontarsi con questi cinque principi con punti di vista differenti e nuovi per riuscire a comprenderne l’essenza. Un lavoro di studio impostato su un’esecuzione consapevole anche di uno solo di questi principi offre possibilità di studio così ricche di stimoli da poter essere affrontato all’infinito senza noia.

Struttura ricorrente

Di grado in grado le tecniche più elaborate sono costruite intorno a quanto è stato stabilito nello studio delle tecniche fondamentali precedenti, vengono così introdotti nuovi attributi alla tecnica da affrontare ma allo stesso tempo viene rinforzato un nucleo fondamentale. Questo permette al praticante di organizzare in una struttura solida il proprio apprendimento ed anche di confrontarsi con tecniche che non conosce con un metodo e degli strumenti che può anche applicare da sé. È un punto molto importante, acquisire uno strumento che tramite l’analisi e la sintesi ci permetta di confrontarci con le tecniche nuove, piuttosto che imparare esecuzioni in modo mnemonico e sparso.

Keiko dell’allievo e dell’insegnante

Se nell’allievo il ricorrere di determinati elementi tecnici dona sicurezza e permette di apprendere senza confusione, i benefici per l’insegnante sono anche maggiori. Infatti questa struttura gli permette di organizzare lezioni aperte a tutti, principianti ed avanzati, in modo organico. Può costruire la lezione intorno a dei determinati movimenti che vengono affrontati e riveduti introducendo ogni volta stimoli maggiori e di complessità crescente. Condurre una lezione che risulti stimolante tutto il tempo, ricca di energia, e sia una valvola di sfogo per chi pratica è stata una delle capacità più importanti del maestro. Essere serio e leggero nel momento giusto, sottolineare ed alternare il piano fisico, tecnico e culturale ha trovato un punto di equilibrio soprattutto negli ultimi dieci anni di insegnamento del maestro.

Keiko ed allenamento

La parola keiko, che viene tradotta colloquialmente come allenamento, indica che quando noi compiamo un’attività acquisiamo un’esperienza, e forti di questa esperienza possiamo ripetere quell’attività in modo nuovo e migliore, in un processo continuo di acquisizione di competenza ed affinamento. Ma è anche vero che se la ripetizione continua avviene secondo la stessa modalità il processo diventa potenzialmente noioso, per questo il maestro variava la presentazione e l’esecuzione di una tecnica così che vi fossero sempre stimoli. Ed in particolare approfittando di seminari intensivi di più giorni proponeva anche tecniche molto avanzate, forte che la comprensione da parte dei praticanti di quanto si cerca al livello più alto offra una luce diversa sulle nozioni che si danno per già acquisite. Praticare le tecniche in modo più consapevole, ma anche nuovo, permette di progredire in modo più spedito, agile, e soprattutto divertente.

Uguale e diverso

Quando gli allievi affrontano una nuova tecnica la prima cosa che devono vedere, grazie alla spiegazione dell’insegnante, sono gli elementi comuni con le tecniche più base che hanno già studiato, e poi trovare quelle differenze che una volta risolte nella loro complessità riconducono la tecnica alla forma più conosciuta. Il maestro sottolineava spesso l’importanza di guardare per primo il movimento delle gambe e piedi perché danno lo scheletro del movimento della forma, e poi di osservare il movimento delle braccia e mani che sono peculiari di quella forma, ed infine vedere la tecnica nella sua totalità. È anche compito dell’insegnante non offrire la tecnica in un’unica spiegazione, ma presentarne i dettagli con spiegazioni che si alternano al lasciare lavorare gli allievi, l’insegnante deve essere capace di valutare la capacità e la velocità con cui gli allievi assorbono la proposta tecnica, non serve a niente inondargli di dettagli, come è controproducente tirare dritto come se avessero capito tutto.

Parlare la stessa lingua

Se insegnanti ed allievi lavorano su un programma ben strutturato, dove c’è chiarezza sui fondamenti della pratica e sulle modalità di esecuzione delle basi allora viene a stabilirsi un vero e proprio linguaggio comune con gli insegnanti e gli allievi di altri dojo. Questo permette di lavorare insieme su tatami condivisi, parlando la stessa lingua, e di creare un ampio network di amicizie, di scambi di conoscenza, e di ampliare gli orizzonti dei praticanti, e soprattutto di crescere qualitativamente e quantitativamente. Spendere tempo sul tatami e fuori con persone di provenienza diversa, ma con elementi in comune, fornisce stimoli e motivazione, e crea occasione di incontro ed interesse anche e soprattutto per i praticanti più giovani. Tenere stage condivisi permette agli allievi di lavorare sulle tecniche approcciandole con l’ottica di un insegnante diverso, perché una lingua comune non intende l’appiattimento dell’espressione personale ma avere un terreno comune da condividere.

Aggiornamento delle tecniche

L’organizzazione delle tecniche in una struttura basata su delle esecuzioni di base fondamentali ed un percorso progressivo non vuol dire che le tecniche restino sempre uguali. Prima di tutto perché è possibile migliorare la struttura stessa, cioè l’insegnante può prendere nota di alcune difficoltà che emergono frequentemente nelle tecniche piu avanzate ed anticipare l’introduzione di alcuni movimenti nelle forme base, così che l’allievo arrivi ad affrontare la tecnica avanzata avendo già fatto esperienza dei movimenti necessari. Poi perché un buon lavoro costante, innalzando la qualità media dei praticanti, permette di cominciare a confrontarsi con tecniche più avanzate prima, per esempio il maestro parlava spesso della possibilità di anticipare lo studio delle tecniche di hanmihandachi (dove chi riceve l’attacco è in ginocchio e chi lo porta in piedi, ed è un modo per confrontarsi in una condizione di estremo svantaggio fisico, paragonabile al combattere con un gigante). Non perché si abbia fretta di affrontare un curriculum per concluderlo quanto prima, ma per sviluppare da subito strumenti complementari alla nostra crescita. A questo va aggiunto che l’Aikidō è in rapporto osmotico con la società, e ne assorbe i mutamenti in modo naturale. Il maestro Fujimoto ci spiegava dei cambiamenti, negativi, che aveva riscontrato negli allievi dell’ex stato della Yugoslavia, di come dopo la guerra che aveva diviso il paese la loro pratica fosse diventata dura, e di come questo li avesse condotti lontano dall’idea di pratica che lui proponeva in quel momento.

Kihon come fondamentale, non come semplice

La parola giapponese kihon vuol dire fondamenta, e le tecniche che si affrontano nel 6° e 5° kyū (i due primi esami di Aikidō) sono il kihon dell’Aikidō. È importante aver chiaro che quando si parla di tecniche base non si vuole sostenere che siano semplici o “facili”, ma che sono fondamentali, cioè che, come per una casa, costituiscono la base della costruzione. Il maestro, rianalizzando il percorso progressivo delle tecniche di anno in anno, aveva introdotto nelle forme base una maggiore varietà nei movimenti, considerati necessari più avanti, così che il praticante lavorandoli con più frequenza li assimilasse meglio. Questo legare insieme tecniche base ed avanzate, il loro essere interdipendenti in “entrambi” i versi, è una caratteristica importantissima del metodo didattico del maestro Fujimoto ed ha assunto sempre più carattere negli ultimi anni. Non solo le tecniche avanzate sono costruite come sviluppo delle tecniche base, ma le tecniche base vengono corrette per dare ancora più slancio alle avanzate.

Lavoro di uke

Il progresso nello studio della tecnica non riguarda solo il ruolo di Tori (chi esegue la tecnica) ma in modo eguale anche Uke (chi attacca e poi in modo attivo riceve la tecnica). L’attenzione che il maestro pone sul lavoro di Uke è grandissima, e sotto alcuni punti di vista questo ruolo può essere considerato anche più formativo di quello di Tori. Non si esaurisce con un corretto attacco iniziale, ma continua esercitando una pressione costante su Tori, un movimento flessibile e reattivo. Uke tramite la sua risposta contribuisce a creare una connessione con Tori, è uno stimolo costante e permette alla tecnica di esprimersi fino alla conclusione. Questa risposta attiva aiuta e costringe Tori a restare concentrato in tutta l’esecuzione, e contribuisce allo sviluppo di una sensibilità reciproca nei due ruoli.

Vivo, connesso e sensibile

Se il lavoro di uke viene svolto correttamente allora la tecnica supera la componente strettamente marziale e diventa uno strumento per sviluppare qualità molto più importanti, specie se le vediamo nel contesto moderno. Connessione e sensibilità sono delle parole chiave dell’Aikidō, ma devono avere un’espressione fisica e concreta nella pratica. Lavorando con queste qualità la pratica ci aiuta a sviluppare energia vitale, ad entrare in relazione con l’altro su un piano non esclusivamente verbale ma più profondo e veritiero. Sapere che c’è sensibilità reciproca permette ai praticanti di avere maggiore confidenza e di superare paure e blocchi fisici, e gradualmente di lavorare sui propri limiti, diventandone consapevoli, per riuscire, esplorandoli pienamente, a superarli.

Giovani ed anziani

Il lavoro di uke ha una forte componente fisica, al punto che potremmo quasi dire che buona parte della componente atletica nell’Aikidō del maestro viene sviluppata dal prendere ukemi. È un lavoro che sviluppa la forza in modo sempre associato all’estensione ed alla flessibilità, ed ha come indirizzo l’apertura del corpo, con un forte riflesso anche sul piano mentale. Essere reattivi è legato anche alla capacità di essere ricettivi, morbidi anche mentalmente. È in questo modo che si può fare bene da Uke indipendentemente dall’età, certo i giovani posso e devono dare una risposta impetuosa fisicamente, ma anche per chi è più anziano conta prima di tutto rispondere, accettare il movimento, in un modo più proporzionato ma che può divenire pari a qualunque altro praticante, indipendentemente dall’età, focalizzandosi sulla sensibilità.

Longevità nella pratica

Porre l’attenzione sulla sensibilità reciproca, sulla morbidezza, e sulla ricettività ci permette di lavorare in sicurezza con il nostro compagno, di poterci costruire nel tempo gradualmente sul piano delle tecniche, waza, del movimento del corpo, taisabaki, sul modo fisiologico e corretto di ricevere leve articolari e proiezioni a terra, ukemi. La costruzione di un buon corpo, e il rispetto dello stesso, fosse il nostro o quello del compagno, estendono la longevità della nostra pratica, e questo vuol dire sicuramente progredire, ma anche poter lavorare con chiunque.

Senpai Kohai

Se riusciamo a figurarci la pratica anche come qualcosa che si sviluppa nel tempo, ed è una misura dell’esperienza acquisita, allora possiamo dare il giusto valore ai termini senpai e kohai, tipici della struttura gerarchica della società giapponese, che niente hanno a che vedere con il nonnismo come qualcuno li interpreta a volte. Senpai è chi ha cominciato a praticare prima di noi ed ha un’esperienza e a volte un’età maggiore della nostra, kohai è chi ha cominciato dopo, ha meno esperienza ma spesso anche più freschezza. Non si tratta di una gerarchia di potere, anzi si potrebbe dire il contrario, è una gerarchia di responsabilità. Il senpai ha il dovere di portare su, a traino, i praticanti più giovani, di condividere con loro la sua maggiore esperienza, il kohai deve fornire uno stimolo a continuare a crescere al senpai, perché il suo anelare ad imparare deve dare nuova energia, nuova spinta a chi è più avanti. Questo rapporto diventa una dinamo, dove sia il senpai e il kohai hanno un profitto, non è un’impalcatura di potere ma un movimento.

Uke, partecipe all’insegnamento

Quando un praticante più esperto, un senpai, lavora come uke per noi, allora, deve usare la sua esperienza per indirizzare l’esecuzione della tecnica. Questo non vuol dire che debba parlare, riempiendo lo sventurato di osservazioni, né che debba opporsi alla tecnica fino a quando miracolosamente venga vinta la sua resistenza. Vuol dire che fluendo nella dinamica della tecnica deve rendere il tracciato giusto più agevole. Questo vuol dire che diventa partecipe dell’insegnamento, in modo positivo, senza sostituire l’insegnante. Il maestro invitava continuamente i praticanti nei seminari a mescolarsi tra principianti ed avanzati, anche un avanzato può benissimo guadagnarci praticando con uno meno esperto se si cimenta ad aggirare le rigidità del principiante senza forzarle. Ancora una volta, se riusciamo a superare un’ottica egoista, torniamo al discorso sulla qualità media, al suo alzarsi, tutti, insegnante compreso, riescono a far progredire l’insegnamento.

Imparare come uke

La tecnica di Aikidō è qualcosa che spesso travalica il gesto meccanico che può essere osservato, è certamente molto importante rubare con gli occhi il più possibile, ma, a volte, per capire è necessario sentire la tecnica sul proprio corpo. Allora si può fare esperienza di quelle spinte, squilibri che nel contatto sono evidenti ma che da fuori non sono percepibili, sono sensazioni che ci educano e che trasformano il lavoro di uke in una forma più completa di apprendimento. Questo è di stimolo a lavorare bene come uke, perché migliorare in questo ruolo vuol dire diventare più interessanti per l’insegnante e i senpai, e quindi poter “rubare” ancora di più. Allo stesso tempo l’insegnante e i gradi esperti devono cercare di lavorare con più persone possibili, per lasciare più sensazioni dirette nei vari praticanti.

Ishindeshin

Questo termine nella tradizione buddhista Zen intende quella trasmissione, ai limiti del miracoloso, dell’esperienza del Satori, l’illuminazione, in modo quasi telepatico. Adottato nella cultura comune giapponese indica quel metodo di apprendimento, ad esempio del mondo degli artigiani, diretto, che avviene lavorando spalla a spalla, dove l’apprendimento non è solo verbale, nozionistico, ma soprattutto esperienziale. Riguardando i due aspetti del lavoro di uke, esposti sopra, si capisce bene come questi siano una forma pratica di tale modo di apprendere e di insegnare.

Sedersi avanti

Il maestro sottolineava, in modo molto ironico, che quando c’è una donna molto bella in qualche festa viene subito circondata da corteggiatori e spasimanti. Allo stesso modo se come allievi c’è un autentico interesse verso l’insegnante e la materia, diceva, è naturale sedersi avanti, anche in senso figurato, dove questo vuol dire seguire le spiegazioni con un alto grado di concentrazione. L’allievo deve cambiare il suo modo di pensare che lo spinge a riconoscere e a confrontare ciò che gli viene mostrato con quello che già conosce, deve esserci in quel momento specifico per vedere, sentire e provare quanto gli viene proposto. Per questo è molto importante avere una grande fiducia nell’insegnante, nel senso di essere capace di riconoscere la grande differenza che c’è sul piano dell’esperienza e della tecnica, per riuscire a sospendere il nostro comune senso critico ed essere in grado di accogliere in modo genuino l’insegnamento. Chi insegna non ci ordina cosa dobbiamo fare, ma ci mostra cosa è possibile fare, quali sono le potenzialità inespresse. In questa ottica, perché avvenga la trasmissione ishindeshin, intesa come scambio autentico di informazioni, è necessario che ci sia un moto verso, un anelito, una forma di attrazione magnetica di questo genere.

Ichi-go-ichi-e

La tensione reciproca tra insegnante ed allievo è un requisito necessario nell’insegnamento secondo il maestro, perché porta entrambi a dare il proprio massimo, ad essere aperti a un dialogo autentico che supera qualunque resistenza. L’insegnante condivide tutto quello che sa, l’allievo assorbe tutto quello che può, come una goccia di pioggia che cade e viene assorbita da un terreno arido. Per questo il maestro ricorreva spesso alla massima, sempre di origine buddhista, ichigoichie, che vuol dire che due persone sono consapevoli che si stanno incontrando in quella sola occasione in tutta la loro vita. Quell’unica occasione non può essere sprecata e va vissuta pienamente senza remore. La pratica va svolta con questo spirito, senza risparmiare energie, senza pensare ad un profitto nel futuro, ma essendo presenti uno all’altro con empatia, interesse, e pieno impegno. Ne consegue un ambiente dove spontaneamente emergono serietà e divertimento allo stesso tempo.

Insegnamento e pratica

È facile, normalmente, pensare che l’impegno maggiore spetti agli allievi, ma le considerazioni precedenti dovrebbero portare a una ben diversa conclusione. Prima di tutto l’insegnante di Aikidō, che di solito è anche responsabile di un dōjō ed un esaminatore, non è come un allenatore di calcio, non sta in panchina a dare direttive ai giocatori, è lui stesso un giocatore. Per insegnare Aikidō bisogna avere molta più conoscenza tecnica dei propri allievi, e si deve essere un praticante più esperto dei propri allievi. L’insegnante è un praticante attivo che continua a lavorare come Tori e come Uke, perché non è possibile sostenere la centralità del ruolo di uke in questo metodo se poi chi insegna ha smesso di prendere ukemi. Ancora oggi in molti ricordiamo una sessione di esami yudansha, gradi esperti ed insegnanti, dove il maestro sottolineò il punto mandando a casa buona parte degli esaminati dopo soli cinque minuti perché le loro ukemi erano insoddisfacenti. Riuscire a visualizzare la tecnica con chiarezza non solo nel ruolo dell’esecutore, Tori, ma anche di chi la riceve, Uke, è da considerarsi un requisito necessario per insegnare. Il responsabile di dōjō può essere considerato come il vertice della piramide senpai-kohai, che va ripetuto è una gerarchia basata sull’esperienza e la responsabilità, porta al traino tutti gli allievi, deve essere aggiornato ed avere una visione di quale indirizzo dare alla pratica perché sia solida ed attuale allo stesso tempo.

Insegnanti giovani ed anziani

Se un dōjō o gruppo è ben strutturato è naturale che somigli ad una piramide anche dal punto di vista quantitativo. I gradi più esperti saranno meno dei praticanti del livello precedente e così via, e questo dovrebbe essere naturalmente riflesso anche dall’età dei praticanti. Ci sarà anche una varietà nel corpo insegnante, ed è giusto che tra insegnanti più giovani ed anziani ci sia un approccio differente all’insegnamento. L’insegnante più giovane deve essere energico, proporre tanto lavoro fisico, parlare poco e mostrare molto, cimentarsi con tutti lavorando come tori ed uke il più possibile. Gli insegnanti più anziani devono condividere la loro maggiore esperienza, hanno potuto osservare il responsabile della didattica progredire per più tempo, devono poter fornire quei dettagli necessari ad affinare la tecnica e la pratica. A chi è la guida ultima della didattica spetta il difficile ruolo di coordinare tutte queste necessità, di lavorare sulla base con energia e determinazione, ma allo stesso tempo di affinare il lavoro tecnico, e di saper dare valore agli insegnanti, più anziani e più giovani, formandoli ed attribuendogli responsabilità.

Diventare più raffinato

Le tecniche sono degli strumenti, mediati dalla tradizione marziale, per poter crescere e costruirsi. L’Aikidō è qualcosa che va oltre la singola tecnica, ma allo stesso tempo non può prescindere dalla tecnica per poter essere esplorato. La tecnica è quindi fondamentale ma non deve diventare centrale, immutabile, stantia, è il contrario, la tecnica va sempre più lavorata, raffinata. Il maestro insisteva sempre su questo termine: “lavoriamo un po’ più raffinato”. Ad esempio quando arriva un attacco lineare come può essere uno tsuki, un pugno portato come affondo, le prime volte ci spostiamo dalla linea e pariamo, poi usciamo dalla linea e deviamo e così via fino ad arrivare a riuscire a cambiare la linea dell’attacco spostandoci sempre meno, perché accogliendola al momento giusto, con un timing raffinato, la si può deviare senza resistenza. Bisogna fare attenzione però a non trasformare la raffinatezza in artificio, in vezzo, ed anche il lavoro di uke, affinandosi non deve diventare preordinato, con attenzione non si deve smettere di lavorare in modo basico per conservare la solidità delle proprie fondamenta.

Chiamare

Il maestro aveva adottato questo termine con un’accezione a metà tra l’invitare ed il tirare per indicare il momento che uke, afferrandoci, veniva portato vicino il nostro centro, ed è tutt’ora adottato perché implica che entrambi i praticanti, Tori ed Uke, partecipano all’azione con la loro volontà, come in una conversazione telefonica, rispondendo l’un l’altro. Per questo si devono svolgere esercizi per comprendere come arriva la forza in ingresso, come possono essere katatetori nel lavoro a mani nude o kirikaeshi con il bokken. Si deve capire come allinearsi a quella forza come si fa in tenkanhō, o nella prima fase di suriage e surisage con il ken. Si deve capire come ridirezionare quella forza come si fa in kaiten o in assorbimento, in makiotoshi con il jo o in surisage con il ken. Per poter cambiare la direzione di uke nel momento del primo contatto dobbiamo riuscire a chiamare, ad assorbire Uke, e non è possibile farlo se spingiamo contro, o se respingiamo. Negli ultimi anni l’insegnamento del maestro è stato fortemente improntato a lavorare sull’assorbimento della forza di uke, e sulla fase successiva di reindirizzamento della sua energia. Tutto questo richiede un costante lavoro sulla sensibilità e sul timing e si basa anche sulla ricerca del giusto ritmo dove si esprimono in sintonia Tori ed Uke.

Armi

Nel curricula dello studio delle armi, jo e bokken, ci sono forme da seguire in coppia con il jo e con il ken, che il maestro Fujimoto ha in buona parte mediato dal lavoro del maestro Saito e Tohei, ma ci sono esercizi di base che come sottolineavamo hanno una valenza formativa maggiore. Per il bokken lo studio di shōmenuchi, yokomenuchi, kesagiri , i kirikaeshi, suriage e surisage e per il jo tsuki, jodangaeshi e makiotoshi è fondamentale per riuscire a costruire una corrispondenza con i movimenti a mani nude. Nello studio di questi esercizi di base a coppie è di interesse riuscire a trovare il ritmo giusto con il compagno, non si tratta di scuole tradizionali, orientate alla vittoria sul campo di battaglia e quindi alla tecnica risolutiva, ma di esercizi per trovare sintonia con il compagno, per creare quel contesto che sia sicuro, perché svolto con fiducia nel compagno, ma allo stesso tempo sia “rischioso”, perché la possibilità di essere colpiti da un’arma ci obbliga a restare concentrati ed attenti.

Seminari e pratica

I seminari sono un elemento importante nel metodo del maestro, banalmente perché erano l’occasione di formarsi con lui per chi non poteva praticare al dōjō dell’Aikikai Milano. Ma anche per molti altri motivi, che erano già importanti allora ma oggi hanno acquisito una valenza maggiore. Sono l’occasione per seguire nell’arco di una lezione più lunga ed intensa un filo, uno sviluppo didattico, che ci permette di mettere in collegamento le tecniche, sulla base di un principio, un movimento, un apparentamento. Grazie a questo sviluppo è possibile provare tecniche avanzate, e a volte anche tecniche “rare”, che non sono necessarie, ma sono spesso divertenti e curiose. Sono un’occasione importante per lavorare con gente nuova, che fa bene sia perché lavoriamo con gente diversa, le cui reazioni non conosciamo a memoria, sia perché ci permettere di conoscere persone nuove, stabilire nuove amicizie. Ci costringe a lavorare con più attenzione perché quell’ambiente di fiducia che abbiamo instaurato nel nostro dōjō richiede un grande impegno per essere esteso su un tatami grande e affollato, specialmente se ci sono persone provenienti da culture differenti. Un seminario intensivo può essere l’occasione per provare tecniche nuove, ma allo stesso tempo è sempre necessario rinnovare il lavoro su tecniche che non vanno mai dimenticate, ad esempio il lavoro in suwariwaza, le tecniche eseguite muovendosi in ginocchio, o anche le tecniche in ushirowaza, dove veniamo afferrati da dietro, che hanno un valore maggiore per la valenza costruttiva della pulizia e sensibilità.

Dieci anni

Il maestro diceva che è molto difficile assorbire tutte le tecniche presentate ad un seminario, ma che ogni volta si deve riuscire a portarne almeno una a casa. Le altre tecniche riaffioreranno al momento giusto anche dieci anni dopo. “Un giorno sul tatami mentre provate una tecnica direte Toh! ecco che voleva dire il maestro quel giorno”. Sinceramente a me pare che dieci anni siano il tempo minimo necessario ad inquadrare il lavoro del maestro come un metodo articolato sul piano tecnico e comportamentale. Mi capita spesso di pensare ad una frase apparentemente contraddittoria che gli sentii pronunciare in un seminario, rivolgendosi ad un allievo sotto la trentina che lavorava male, con molta foga, ripetendo la tecnica in modo coatto, gli disse: “tu puoi smettere di fare Aikidō, non capirai mai!”, il giorno seguente durante una spiegazione chiamò fuori un principiante sui sessant’anni, a cui aveva corretto prima la tecnica, e gli disse: “questo signore è un principiante, ora la tecnica non funziona, ma tra dieci anni avrà capito, magari sarà cintura nera. In dieci anni tutti possono capire!”. Per il maestro il modo con cui si praticava era centrale, lavorare in modo disordinato, cercando di arrivare ad una meta senza aver consultato una mappa e segnato un tracciato è inutile, percorrere invece un sentiero ben definito, segnato dal proprio maestro, anche lentamente ci porta infine alla meta.

Aikidō come forma culturale

Questo metodo, che il maestro ha proposto, è il frutto della cultura giapponese che il maestro ha cercato di diffondere. Ricevere l’insegnamento non dissezionando ed analizzando, ma assimilandolo nella pratica, l’idea di una ricerca di sintonia di gruppo tramite il sacrificio dell’ego e l’affermazione di un linguaggio comune, uno standard, affrontare prima l’aspetto esteriore di quanto proposto ed infine poterne condividere la materia più profonda, il passaggio dall’esterno, soto, all’interno, uchi, il rispetto e l’etichetta, rei, sono le radici della cultura giapponese. È importante però che questo aspetto culturale non venga affrontato sul piano intellettuale, per essere riduttivi in modo scolastico, ma che venga interiorizzato sul piano fisico, nella pratica.

Il metodo del maestro come educazione della persona

La mia interpretazione è che il metodo del maestro Fujimoto sia ancora malamente inquadrato come qualcosa di prettamente tecnico, o ancora più superficialmente apprezzato per la sua valenza estetica. Certo, la tecnica ne è una componente fondamentale, ma non tanto per il dettaglio quanto perché è strutturata, ed organizzata. E certamente i movimenti del maestro, nella loro ampiezza, pulizia, circolarità possono risultare belli, a seconda dei gusti per qualcuno di più, per altri meno. Ma, credo, che debba essere inquadrato prima di tutto come un metodo di lavoro e di relazione tra due persone. Un metodo che fa si che si stabilisca un ambiente dove c’è sicurezza ed allo stesso tempo ci sia la possibilità di sospingersi oltre e di esplorare aspetti della pratica più rischiosi. Lavorare con flessibilità, fisica e mentale, rispondere costantemente all’altro in modo che non sia mai “senso unico”, essere rispettosi dell’integrità fisica dell’altro e propria, mettersi pienamente a disposizione senza riserve, avere e dare fiducia al compagno, essere concentrati e presenti, sono gli elementi centrali. Questi elementi si completano con la fiducia nell’ insegnamento, che vuol dire sia fiducia nell’insegnante, sia nel lavoro che propone, perché nel tempo, a lungo andare, ci formano e costruiscono fino a permetterci, ad un certo punto, di poter camminare anche da soli, su tatami diversi, con insegnanti con metodi e tecniche diverse senza difficoltà ad adattarci.

Shizentai

Questo termine semplice, composto dalla parola natura e corpo, intende la capacità di muoversi in sintonia con la natura, in modo naturale. Io credo che il metodo del maestro, in accordo con il pensiero giapponese, sia teso proprio ad unire il percorso verso la meta con la meta stessa. Le qualità che costituiscono l’Aikidō del maestro Fujimoto sono le stesse qualità che dobbiamo usare, acquisendole gradualmente nella pratica, nello studio. Si tratta infine di un processo che aumenta se stesso, muoversi in modo naturale per diventare ed essere naturali.

L’Aikidō come trasformazione

Avrete visto un film di fantascienza chiamato Arrival, è l’adattamento cinematografico di un racconto “Storie della tua vita” di Ted Chiang. Lo scrittore prende spunto da una serie di studi nel campo della linguistica, su come un linguaggio dia un’impronta alla struttura del pensiero e del cervello di chi lo adopera. Nel film, l’incontro con degli alieni ed il loro linguaggio, basato su un’espressione non causale e concatenata ma bensì circolare e sincrona, dona la capacità all’interprete di diventare cosciente di eventi del futuro, osservandoli come se stessero avvenendo ora o fossero già avvenuti. La comprensione e l’uso della lingua aliena altera la struttura del pensiero dell’interprete. Se pensate che questa ipotesi sia oltremodo fantasiosa potreste trovare interessante quanto riferito dall’esperta Lera Boroditsky in una Ted Conference dal titolo “how language shapes the way we think”, dove spiega che una tribù aborigena Australiana non adopera i termini destra e sinistra, ma usa, come riferimenti nel dare le direzioni, i punti cardinali, ad esempio se voi state cercando un oggetto all’interno di uno spazio, non vi verrà detto sta alla tua sinistra, ma sta a sud rispetto a dove sei ora. Questo implica che i membri di questa tribù siano costantemente in grado di determinare la posizione dei punti cardinali. Quindi il linguaggio in questo caso non determina solo il loro modo di pensare, ma anche un’abilità, una capacità che ad esempio la maggior parte dell’umanità non adopera o non ha sviluppato.
Cosa questo possa avere a che fare con l’Aikidō è il punto che ci interessa e mi preme illustrare.
Molti inseriscono l’Aikidō nel filone delle arti marziali, non che questo inserimento sia sbagliato, quello che è sbagliato, certamente, è quello che oggi comunemente si accosta al termine arti marziali, vi si racchiude indifferentemente concetti diversi tra loro come: la difesa personale, i sistemi di combattimento, gli sport di combattimento, le tecniche di lotta orientali, etc. Questo termine oggi viene adoperato con un tale grado di confusione che io ormai, per reazione, preferisco adottare il termine Via marziale per indicare una disciplina come l’Aikidō, anche perché mi pare sia una traduzione più fedele, nella lettera e nel significato, del termine giapponese Budō. Se poi consideriamo che dagli scritti di Osensei emerge una netta volontà di dare un nuovo significato al termine Budō, con un un’interpretazione in forte rottura con quelle precedenti, si può capire quanto sia difficile accostare l’Aikidō ad uno stretto insieme di tecniche marziali, mirate all’efficacia sul piano del combattimento. Se avete praticato Aikidō abbastanza a lungo, con uno o più maestri molto bravi, che abbiano adottato un sistema didattico molto chiaro, avrete osservato dei principi logici che governano le tecniche. Ad esempio la necessità di posizionarsi ad un angolo che ci salvaguardi da un secondo attacco concatenato, il porre Uke in uno stato costante di squilibrio, così che il suo sforzo maggiore sia teso a recuperare l’equilibrio invece che a progettare una contromossa che gli permetta di sopraffarvi, a generare una spinta muovendo dal nostro centro di massa gravitazionale così da poter sfruttare la forza peso al massimo contro la forza invece del singolo arto, etc. Tutti questi principi però non sono appartenenti solo all’Aikidō ma a qualsiasi disciplina di origine marziale che ricerchi la massima efficienza ed efficacia. Però prima o poi, spero sinceramente quanto prima possibile, nel vostro apprendimento vi verranno illustrate una serie di possibilità che una volta viste vi appariranno perfettamente logiche ma per cui, riflettendo attentamente, dovrete accettare che da soli non ci sareste arrivati. Il perché è semplice, sono state elaborate in modo naturale ed intuitivo da una persona con un modo di pensare completamente differente dal vostro attuale. Osensei è stato una persona profondamente religiosa, all’interno del sistema di credenze delle religioni giapponesi, e profondamente convinto di essere un tramite tra queste divinità ed il mondo terreno. Era una persona convinta di essere “posseduto” da alcune di queste divinità, e che queste agissero sul piano materiale per suo tramite. Per questo motivo le sue tecniche vengono definite divine, perché espressione di qualcosa di divino che agiva tramite il suo corpo. Sinceramente a noi non interessa sapere se questo fosse possibile, o se avvenisse realmente, o se l’uomo ne fosse solo profondamente convinto, o se gli piacesse solo raccontarlo, ci interessa invece capire come questo abbia plasmato il suo modo di pensare. Provate voi stessi anche solo ad immaginare come affrontereste certe situazioni se invece di essere un uomo foste un dio, non avreste paura, non reagireste in modo animale e conservativo, avreste la capacità di discernere la soluzione ottimale momento per momento senza pressione, non avreste alcun interesse al dovervi imporre, alla prevaricazione. Essere convinti di essere un dio infrange le barriere e le resistenze della reazione animale e della forma gretta del pensiero umano, apre la gabbia della vostra percezione, e vi espone ad un nuovo mondo di possibilità infinite che erano alla vostra portata, che hanno un senso logico, che rispettano le leggi del mondo in cui siamo immersi, ma che normalmente non sfruttiamo perché non le riusciamo a vedere. Osensei ha letteralmente rivisitato il repertorio tecnico delle scuole marziali che ha studiato con una mente calata nel sentire divino. Questo ci riguarda profondamente, perché allora la pratica dell’Aikidō diventa un esercizio, una forgiatura ad un ottica ed un sentire divino, volendo esprimersi in modo più limitato è un esercizio “a giocare ad essere dio”. Tutto questo potrebbe essere solo un esercizio intellettuale ma quello che ho cercato di premettere nello scritto, le conclusioni a cui si stanno spingendo le scienze del linguaggio, neurologiche etc…, suggeriscono il contrario, praticare in un certo modo configura il vostro linguaggio verbale e fisico, il vostro modo di pensare, la struttura del vostro cervello in un modo differente da prima, praticare una tecnica “divina” vi configura come una “creatura divina”. In questo caso non mi riferisco al termine “divino” nel senso religioso del termine, spero riusciate a diventare “piccoli Dei” se vi interessa, ma l’esperienza accumulata finora mi fa dubitare fortemente al riguardo, mi riferisco invece a degli attributi che sono associabili ad una mente divina, il superamento della paura, della preoccupazione, la libertà assoluta etc. Per questo spesso quando sento persone porre al centro della propria ricerca aikidoistica l’efficacia marziale, o il confronto diretto con altre tecniche di combattimento mi convinco profondamente che non abbiano avuto la fortuna di vedere illustrate certe forme, non siano state esposte ad un modo di pensare che trascende il piccolo e limitato mondo della lotta tra due individui. Sul tatami, di fronte alla pressione di un attacco fisico, aggressivo e minaccioso ci viene chiesto di praticare e porsi in un modo che travalichi la reazione primitiva, che salga al vertice delle possibilità dell’uomo, fino al punto in cui l’esercizio e la pratica continui ci alteri, ci trasfiguri. Se la pratica dell’Aikidō si risolve solo al far cadere a terra od incapacitare una persona che vi dà un pugno, allora non verrà avviato alcun processo di sviluppo, della nostra persona, del nostro pensare.
Mi auguro di aver innescato una riflessione sulla vostra pratica, e che come me siate coinvolti in questo divertente ed affascinante “gioco ad essere un dio” .

Aikidō, un altro passo insieme

Parlando di recente con un insegnante di un seminario che ho organizzato e a cui ho partecipato imparando molto, l’ho sentito chiedersi con enorme modestia: “ma noi abbiamo qualcosa da insegnare a questi allievi?”

È davvero una domanda importante, che sottintende la grande umiltà di chi non si sente un grande maestro, ma semplicemente una persona che ha praticato molto, che ha studiato molto, che ha da condividere con altri i progressi che ha fatto, ma che allo stesso tempo riconosce che i suoi insegnanti di riferimento avevano una didattica ancora superiore, il cui livello è difficile da eguagliare ma resta qualcosa a cui anelare. Ci sono ancora molte persone che non hanno compreso il lascito tecnico e didattico del maestro Fujimoto, persone che confondono il dettaglio tecnico con l’impostazione formativa di un certo percorso. Negli ultimi anni ho girato molto, sono salito su tatami diversi, e mi faccio vanto che ovunque sia andato sono riuscito a lavorare e ad adattarmi a sistemi differenti, non tanto risultando bravo quanto piacevole nella pratica. Quando dopo aver lavorato con una persona che non si conosce ci si sente dire “grazie, praticare con te è stato piacevole e sono riuscito a studiare molto” mi rende davvero felice. E sono convinto che non sia una mia qualità personale, quanto una maniera con cui sono stato educato, un metodo a cui ho avuto la fortuna di essere stato esposto nella mia formazione. Divento sempre più certo che la didattica del maestro, che insieme ai miei compagni di viaggio porto avanti, sia improntata ad insegnare agli allievi un metodo per imparare a muovere il corpo correttamente, ad un ascolto reciproco nel ruolo di Tori ed Uke. Non ci interessa insegnare come deve essere fatta una tecnica, ci interessa trasmettere quegli strumenti perché uno studente possa autonomamente confrontarsi con un movimento od una tecnica e risolvere da solo quel puzzle. Si avvicina la data del 22-23 giugno, dove in quattro insegnanti, insieme, a Bologna faremo convergere i nostri allievi per farli praticare e soprattutto per tenere una sessione di esami kyū e dan condivisa, perché lo facciamo? Perché vogliamo vedere non tanto se facciamo Ushirowaza ryōtetori iriminage seconda forma uguale quanto piuttosto se stiamo riuscendo a fornire ai nostri allievi, che si sono incontrati più volte nel corso dell’anno, gli strumenti adatti per continuare a crescere e magari superarci. Per confrontarci come insegnanti e con umiltà chiedere ad un altro che impostazione ha usato per un movimento che ai suoi allievi riesce bene e ai nostri meno.

Non so se abbiamo molto da insegnare a questi allievi, però possiamo mostrare loro con quale metodo si può imparare, e lasciarli fare e divertire senza essere ingombranti.

Ci vediamo sul tatami

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 14 e 15

Martedì la mia pratica è cominciata di nuovo con l’ora del maestro Yasuno, anche questa volta ha costruito la sua didattica partendo dal jiyuwaza di katatetori. Successivamente siamo passati a chūdantsuki e poi a yokomenuchi sempre cambiando frequentemente partner, il che mi ha dato la possibilità di incontrare e lavorare di nuovo con Guille, uno straordinario praticante argentino che vive in Giappone da anni. Comunque il mio giro uke è stato molto fortunato, ho lavorato tra gli altri  su yokomenuchi con una ragazza che il maestro ha anche chiamato da uke, l’ho trovata molto brava. Dopo il Keiko ho girato in lungo e largo Shinjuku, arrivando letteralmente ad odiare Shinjuku Station che ho praticamente circumnavigato e attraversato una decina di volte. Poi le due ultime ore di lezioni serali con il maestro Osawa, le ultime purtroppo. La prima ora ho lavorato con Ivan, un ragazzo neozelandese (ma di origini serbe) che vive a Kobe e con cui sto calpestando il tatami insieme dal seminario di Saku, sebbene sia alto più di due metri e bello quadrato pratica con serietà senza trasformare la pratica in un contesto di forza, e si che ne avrebbe se volesse usarla. La seconda ora ho lavorato con Kinoshitasensei che ci aveva accompagnato al torneo di sumo, una signora sopra i sessant’anni che oltre ad una tecnica invidiabile ha sostenuto un ritmo per un’ora incredibile, mi è costata una fatica notevole starle appresso. Dopo cena è stato il turno della preparazione valigie, perché mercoledì è il giorno del rientro ed il mio piano è forse un po’ temerario. Quindi checkout all’alba per andare all’honbudojo con tutti i bagagli, e qui la prima conferma dei miei timori. Andare via oggi rientrava nel mio programma, per evitare a tutti i costi l’afflusso massiccio di praticanti che si riversa a ridosso dell’all japan. E vedere la fila davanti all’honbu alle 6 di mattina significa che è il momento di andare. Così con un tatami straripante di persone, e con Waka sensei che a sorpresa sostituisce il Doshu, vengo finalmente catturato da Tanisensei, che se si è stranieri e non si è lavorato almeno una volta con Tanisensei vuol dire che non si è stati davvero all’hombu. È uno dei praticanti anziani del dojo, e nonostante questo ha un ritmo invidiabile, e mi ricordo ancora le correzioni che mi fece la prima volta che sono stato in Giappone. Me le devo essere ricordate così bene che alla fine della pratica mentre lo ringrazio mi dice che potrei essere suo figlio per quanto la nostra tecnica si somiglia, il che ci sta visto che gliele ho copiate tutte dalla prima all’ultima. Poi tocca all’ora di Kuribayashisensei, parteciparvi vuol dire avere un margine strettissimo per giungere all’aeroporto in tempo, ma già la settimana scorsa era stato sostituito da Iriesensei, insomma non ci posso rinunciare, mi basterà volare via a fine lezione. Comincio praticando con Craig e il maestro Kuribayashisensei ci fa prima visita sul tenkan ho, e già a prendergli il polso capisci che devi stare all’erta, poi dopo un cambio uke me lo ritrovo su katatetori iriminage e lo so già che mi pianterà nel tatami, nonostante questo mi prende di sorpresa e vado giù così piatto che sono felice sia l’ultima ora,  dopo un altro cambio uke mi trovo a lavorare con una signora giapponese tra i 50 e i 60 che avevo già notato da Yasuno, di una eleganza e ampiezza dei movimenti molto belli, averci lavorato insieme per caso è un colpo di fortuna. E dopo il saluto finale sfreccio via senza neanche avere il tempo di piegare l’hakama, lo farò in aeroporto! L’aereo parte alle 13 e un quarto, e dopo cambi metro fulminei sono lì per le 11, lascio il bagaglio, un ultimo giro acquisti spendendo gli ultimi yen, l’ultimo dolcetto al tè verde ed è ora di lasciare il Giappone. Da giovedì mattina saremo già pienamente operativi in Italia.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 11

Sabato è stata una giornata molto bella, ma anche molto ma molto faticosa, soprattutto considerato l’affaticamento accumulato il venerdì passato con 4 ore e mezza di pratica. La prima lezione del sabato non comprende la solita alzataccia delle 5.30 ma è condotta sempre dal Doshu, che imposta la sua lezione sempre sul kihon waza, in pratica un giro completo di tecniche su Shōmenuchi e morotedori kokyūhō sono sempre fisse, poi alcune volte si continua a lavorare in morotedori altre volte diverse forme da Ushirowaza. La tecnica è ridotta ad una forma così scarna, base che farla funzionare diventa davvero difficile se si vuole studiare seriamente, perché il taisabaki va regolato completamente sul tempo di risposta di uke. E come dicevo altrove è per questo che a seconda di con chi si lavora cambia tutto. Poi un’altra ora con il maestro Kobayashi, che mi interessa pian piano di più, non ha un Aikidō travolgente come può essere quello del maestro Miyamoto ma lo trovo molto coerente, e chiaro per come viene presentato. Il tempo di una fuga rapida a casa per una bella doccia calda e un carico di keikogi e seguendo le indicazioni parto di nuovo per etsujimae, la stessa zona dove si è svolta la lezione del maestro Endo venerdì sera, ma in un posto diverso, un centro sportivo universitario della facoltà degli studi di biologia marina aperto a tutti. Per strada vengo intercettato da Stella e Suzuki e beh è davvero strano trovarsi ad una fermata della metro di Tokyō ed essere chiamati per nome. La lezione del maestro Ariga mi lascia davvero sorpreso, il lavoro proposto è incredibile, un lavoro sulla connessione e la sensazione, tralasciando l’uso delle tecniche, molto affascinante. E che richiede un lavoro enorme al maestro Ariga, perché quando punti sulla ricerca di un determinato feeling è necessario un contatto diretto e continuo con il maestro, e quindi Ariga è ovunque sul tatami, per “impostare” il tuo lavoro nella giusta direzione. Quando non capisci o non funzioni lo devi chiamare e lui a spiegarti attraverso il contatto come Tori ed uke cosa si deve fare. Quando si passa alla tecnica libera su shōmenuchi è di nuovo a girare con tutti, adattandosi ad ognuno senza problemi, ed anche contro persone più sfidanti (e ce ne sono) la natura del suo rispondere non cambia, è come guardare l’acqua di un fiume, si adatta, accelera, rallenta, sale, precipita indifferentemente, e alla fine tutti cadono non perché hanno subito una tecnica specifica ma perché il nostro adattarsi non regge il suo mutare. E ci tiene moltissimo a trasmettere quello a cui è arrivato, la “sua” idea di Aiki. Forse dovrei dire la nostra perché la condivido pienamente, ho avuto modo di assaporarla su un esercizio che è di quelli che a vederli da fuori non puoi davvero crederci, si vede anche nei filmati di Osensei, lui in seiza lievemente inclinato in avanti “resiste” alla spinta contro le spalle di te in piedi, beh 10 volte su 10 mi sono trovato pancia a terra dopo aver pattinato contro un ostacolo non tanto inamovibile quanto inafferrabile, si ha tutto il vantaggio immaginabile nel poter applicare la forza ma non si trova il punto dove applicarla nonostante il contatto. È qualcosa che va provato perché è impossibile da descrivere, quindi vi tocca aggiungere anche almeno un seminario di Arigasensei ai vostri programmi annuali. Non penserete mica che la giornata sia finita qui, perché Suzuki mi informa che il maestro Endo tiene una lezione anche oggi però a Funabashi, nel distretto di Chiba che tocca Tokyo ma è separata. Un bel viaggio per raggiungere questo centro moderno dalla struttura classica che comprende un tatami molto grande che però condividiamo con una lezione di Karate. Non posso aggiungere molto a ciò che vi ho già detto durante i giorni trascorsi a Saku, giusto mi permetto di esprimere una sana invidia per questi allievi dei vari dojo di Tokyo e dintorni che hanno la fortuna di ospitare settimanalmente il maestro. A volte “solo” tra le trenta e le quaranta persone, di qualunque grado, sono lì a prendere ukemi per il maestro Endo che gira ciclicamente sul tatami, e i risultati si vedono, praticanti con i contro fiocchi che fanno un’intensità alla pratica profonda. Dopo un’ora e mezza hai l’impressione di aver praticato per ore considerato l’energia mentale e fisica che si spendono, e sia io che Suzuki riusciamo quasi solo a strisciare fino a casa, facendo però una base per cenare a base di ramen a Shinjuku. E qui condivido la scoperta dello shioramen, ovvero del ramen con il semplice brodo salato, può sembrare poco ma vi assicuro che dopo una decina di giorni io odio il sapore a base di shoyu (la salsa di soia usata come correttore di sapidità) che trovo ovunque e un break è davvero apprezzato.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 9 e 10

Sto un po’ rimanendo indietro con il diario di viaggio e pratica ma l’intensità degli allenamenti costringe davvero a riposare ogni volta che puoi. Anche se le lezioni sono di un’ora il ritmo è sempre molto alto, perché le spiegazioni sono ridotte all’osso, il taisō (la ginnastica) non supera i primi 4 minuti della lezione, il che richiede a me che sono un vero e proprio diesel di arrivare almeno venti minuti prima e fare riscaldamento per conto mio, come fanno molto altri. Poi a parte eccezioni nel corso di un’ora non si cambia uke, quindi se ci si è trovati con una macchina da guerra sapete già che non ci saranno pause. Comunque la mattina di giovedì al secondo turno c’è la lezione del maestro Osawa, che era nonostante l’orario comunque affollata, ho potuto lavorare di nuovo con Shanat. Il pomeriggio invece ho avuto l’opportunità di studiare con il maestro Kobayashi, uno tra gli insegnanti maggiori attualmente in forza all’hombu, la lezione mi è piaciuta molto anche se ho avuto qualche difficoltà con il primo compagno di pratica, un gigante bulgaro che ha sovrastimato le mie capacità elastiche su tenchinage. Mi sentivo un po’ come l’osso dello sterno del pollo quando si fa il gioco di “esprimi un desiderio”, quale braccio si stacca dal torso? Il maestro Kobayashi è in grado di esprimere un movimento esplosivo generando una piccola onda che parte dalle anche, sono quelle cose che anche quando le riesci a vedere dovresti esercitarle migliaia di volte per conto tuo per replicarle, e poi altre migliaia di volte nello stress generato da uke. Venerdì è stata una giornata intensa, alzata all’alba per frequentare la lezione del Doshu delle 6 e 30. Mi sono trovato come uke uno degli “anziani” del dojo, il signor Nishino, ci ho lavorato con piacere, ad un buon ritmo, con molta disponibilità da parte sua nel ricevere le tecniche, e moltissima da parte mie nel ricevere le sue correzioni su alcuni punti. Trovare un buon compagno è molto importante all’ora del Doshu perché le spiegazioni sono brevissime, la forma tecnica spogliata ad una tale essenzialità da essere ai limiti dell’invisibile, quindi se non trovi un senpai che ti faccia da tramite ne ricavi davvero poco, insomma mi ritengo fortunato finora. La seconda ora un’altra lezione con il maestro Irie, che ho trovato di nuovo molto tranquillo, non so dirvi se è perché il maestro sembra avere dei problemi all’anca o parte bassa della schiena in questo momento. Ho avuto modo di praticare con Craig un sudafricano che avevo incontrato a Saku e che mi aveva stupito durante l’embukai, abbiamo lavorato molto bene insieme e davvero mi è rimasto il rammarico di non averlo incontrato sul tatami durante il seminario di Endosensei, ne avrei tratto molto profitto. Mi ha confermato che la sera del venerdì il maestro Endo insegna a Tokyo e quindi ho avuto l’occasione di seguire ancora una lezione con il maestro, anche se questo vuol dire perdere le lezioni serali dell’honbu, in particolare quella di Miyamotosensei, ma in questo momento ho delle priorità molto chiare. Prima però dovevo riuscire a partecipare alla lezione del maestro Seki alle 15, che la prima volta in Giappone ho perso perché si trovava all’estero, da quello che avevo visto ero curiosissimo di questo terrificante movimento a frusta che genera su ikkyō, beh non sono stato deluso. Il maestro ha spiegato molto, almeno per i canoni del luogo, ha posto molto l’attenzione su yokomenuchi e sul mantenere il centro mentre si porta il colpo, ponendo molta attenzione alla reattività di uke, un bel lavoro che mi ha lasciato soddisfatto nonostante il prezzo da pagare in termini di affaticamento. Subito dopo una corsa a casa per la doccia e il cambio keikogi e via fino al Koutoku Aikidō dojo per la lezione di  Endosensei che è stata confermata. Sul tatami ho ritrovato Suzukisan che ora vive in Olanda e ritrovo ai seminari del maestro in giro per l’Europa, non eravamo moltissimi, o almeno non tanti come si può essere ad un seminario e questo ha permesso al maestro di lavorare con tutti. C’è stata anche una spiegazione molto bella in cui il maestro ha ampliato un tema accennato anche a a Saku. Ovvero la necessità di non confondere l’essere capaci di adattarsi ad ogni condizione, e qui il maestro cita spesso una frase di Osensei che adattata suona come “ci sono mille risposte diverse per mille condizioni diverse”, con il fare continuamente tecniche diverse. A volte è importante anche lavorare una sola tecnica mille volte fino a diventare capaci di usarla naturalmente in qualunque momento, a comprenderne profondamente il timing corretto per l’applicazione e poi diventeranno due tecniche, poi tre e così via. Un’altra buona notizia è stata scoprire che sabato ci sarà un seminario di Arigasensei a Tokyo, ma vi rimando alla prossima puntata, i giorni 11 e 12. Per oggi con quattro ore e mezza di pratica è giunto il momento di riposare.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 7 e 8

Dalla nostra base ad Akebonobashi in poco tempo abbiamo raggiunto la zona di wakamatsu ed oggi abbiamo cominciato la pratica all’hombu dojo, e ammetto che fa sempre un po’ impressione trovarsi in questo posto. Qui dal fondatore in poi si sono avvicendati tanti insegnanti che hanno dedicato tutta la vita all’Aikidō, ed anche tanti studenti. Ognuno di loro ha inseguito un’idea, ha cercato di imparare in questo posto, ha condiviso la sua pratica e anche se in parte minima ha influenzato gli altri. E quando salgo sul tatami ho l’impressione di sentire tutto questo, che anche un gesto per molti banale è stato provato e riprovato da migliaia di persone prima di me, che alcune vi hanno trovato un significato profondo, l’hanno esplorato in ogni modo ed altre magari l’hanno ignorato preferendone altri. Per questo salgo con l’emozione e la responsabilità di voler riuscire a vedere ogni cosa, ad assaporare tutto, a sprecare meno tempo possibile costi quel che costi. La mattina abbiamo cominciato con il maestro Yasuno, che ci ha proposto una lezione con una specie di scaletta invertita, katatetori jiyuwaza per i primi 40 minuti, alternando variazioni di iriminage, kokyūnage, shihōnage, kotegaeshi, illustrandole prima tutte insieme e ripetendole ogni tot, lasciandoci cambiare partner un paio di volte. Alla fine invece abbiamo lavorato su tecniche singole, in modo più strutturato. Una lezione molto bella e anche molto frequentata dove ho avuto la fortuna di praticare con gente esperta e dove dato che ci si alternava metà tatami per volta ho potuto guardare le tecniche di altri allievi esperti, tra cui il maestro Hito. Nella pausa prima della lezione serale siamo andati a zonzo fino al palazzo governativo di Shinjuku, ma abbiamo trovato l’osservatorio chiuso, una rifocillata al ristorante di una catena che fa spaghetti all’italiana che si chiama al dente e poi un salto a Shibuya, dove si trovano il famoso incrocio e la statua dedicata al cane Hachiko. Un po’ di riposo e via di nuovo sul tatami per la lezione di due ore del maestro Osawa. Mi ha fatto piacere riuscire a seguire il maestro anche nell’istruzione in giapponese, sentirlo sottolineare gli stessi elementi fondamentali presentati anche in Italia, e riscoprire il suo essere gentile ma anche molto fermo nel lavoro richiesto ai praticanti. Mi colpisce sempre il ritmo che riesce ad imprimere alla lezione, l’alternanza di tecniche, di bloccaggio e proiezione, che tengono il ritmo sostenuto senza scadere nel frenetico. Infine una bella cena ad un locale nuovo nel quartiere ed un po’ di riposo, mercoledì mattina è il giorno del rientro per Roberto e la mia prima alzataccia per la lezione del Doshu delle 6 e 30.

Mi sono alzato alle 5 per mettere a lavare i keikogi, salutare Roberto e dirigermi al dojo. La lezione del Doshu è sempre una delle più frequentate, insieme a quella delle 19, molte persone praticano prima di andare a lavoro o appena finito. Mi ha fatto piacere ritrovare Stella, una ragazza cinese che vive a Tokyo proprio per praticare Aikidō, l’ho conosciuta a Saku. Diversamente dal solito non abbiamo cominciato da shōmenuchi ma quasi tutte tecniche da ryōtetori. Grazie a Stella ho avuto modo di ricevere una tecnica dal Doshu, ha un taisabaki molto netto, e la sensazione come uke è che puoi giusto andare dove vuole lui senza alternative. Gli ultimi 10 minuti il Doshu lascia la possibilità di praticare liberamente, e a seconda del tuo partner la pratica può diventare interessante. L’ora successiva il maestro Irie sostituiva Kuribayashi sensei, attualmente in Belgio. La lezione ha avuto un ritmo molto tranquillo e il maestro ha insistito sull’uso del kokyū nelle tecniche, ha girato molto, mi è sembrato molto attento verso tutti. Tornati a casa con Giancarlo ci siamo riposati un po’ e poi abbiamo deciso che la bellissima giornata meritava un secondo round contro l’osservatorio del Tokyo metropolitan government palace, questa volta superata la coda per l’ascensore di una decina di minuti siamo riusciti a salire al 45 piano. Una vista stupenda, ma non credo le foto siano sufficienti a rendere la bellezza della visuale , non vi si riesce a vedere il monte fuji che ad occhio nudo emergeva come un profilo chiaro oltre la foschia. Di ritorno di nuovo al dojo per una doppia lezione del maestro Miyamoto, che oltre ad essere particolarmente energetico ho trovato molto chiaro didatticamente, alternando un lavoro da katatetori gyakuhanmi ad un lavoro analogo in ryōtetori. Un lavoro che è sfociato in uno shihōnage da hanmihandachi sia in katatetori che ryōtetori. Un’altra cosa che mi ha colpito molto è stato vedere Francesco Re prendere ukemi per il maestro in più di un’occasione, l’ho trovato cresciuto moltissimo tecnicamente, e penso sia appagante vedere che una scelta coraggiosa come andare a vivere in Giappone praticando Aikidō e mantenendosi con un lavoro stia dando frutti. Come ben ricordavo il tatami dell’hombu è sempre duro come la pietra, ma sto cercando di gestirmi meglio dell’ultima volta, soprattutto nelle tecniche in suwariwaza, e al momento sembro cavarmela.

Vi lascio ricordandovi che il 25-26 maggio, tornato fresco fresco dal Giappone ci possiamo incontrare per il seminario dei maestri Bottacin e Watanabe che ospitiamo al Kikai dojo di Ostia. Spero di vedervi sul tatami, di praticare insieme e di chiacchierare il più possibile (dopo la pratica)

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 6

Oggi è stata una giornata di riposo “forzato” che abbiamo trascorso a gironzolare per Tokyo, un discreto allenamento visto che alla fine abbiamo marciato per una decina di kilometri. Siamo partiti da Asakusa, che avevamo visto ieri sera tardi mentre cercavamo un posto per cenare. Qui si trova il tempio di Sensoji e un enorme mercato di ninnoli e cibo per turisti stranieri e non. Ma anche alcuni negozi bellissimi che vendono statuette di porcellana,  sumi-e e stampe del fine 1800, a prezzi ovviamente esorbitanti. Una lunga passeggiata ci ha portato attraverso Akihabara, il distretto “elettronico” che abbiamo un po’ ignorato, e poi chuoin, sede della banca centrale giapponese e fino a Ginza, luogo di shopping di alta classe, in pratica solo da vedere. A Ginza ho scoperto un negozio chiamato Itoya che vende articoli di ottimo design per la casa, i viaggi, ma soprattutto ha un reparto fantastico dedicato alla carta. Salendo al settimo e all’ottavo piano vi troverete catapultati in quello che per la carta può essere paragonato ad un negozio di alta sartoria in Italia. Carta fatta a mano di qualunque foggia, spessore, filigrana e colore possiate immaginare, con articoli per timbrare, sovrimprimere, tagliare e piegare. Beh la verità è che non potete immaginarlo, perché altrimenti avremmo un negozio così anche in Italia. E questo è l’elemento che mi colpisce di più della cultura giapponese, il sentire in modo concreto che se una cosa bella può essere creata allora non ci devono essere ostacoli alla sua realizzazione. Se la potete immaginare, se credete che anche una sola persona possa sentirsi innalzata dalla sua bellezza, allora quell’idea deve essere resa concreta ed essa naturalmente raggiungerà chi la aspetta. Anche l’idea che il pratico possa essere coniugato con l’estetica affiora in tutti gli oggetti. Non voglio completare il resoconto di questa giornata senza parlarvi anche di Aikidō quindi vi riporto alcuni pensieri che è tutto il giorno che mi tornano alla mente, frutto di una piacevole chiacchierata con Tina, una signora finlandese sopra la sessantina, molto piccola di statura, che segue da molti anni il maestro Endo. Mi diceva che pratica Aikidō da più di 40 anni, e al vedere la mia espressione di apprezzamento mi ha rimbrottato: “si è bello aver praticato per più di 40 anni, però c’è un unico problema. È che sono passati 40 anni! quindi molto probabilmente ne hai più di 60!” E siccome parlavamo di un praticante che un po’ di tempo fa avevamo preso in giro perché è un po’ rigido mi ha detto: “però sai se il tuo uke diventa rigido la colpa è nostra, siamo noi (Tori) che abbiamo fatto qualcosa che lo ha irrigidito, ma non lo vogliamo ammettere. È sempre difficile quando qualcosa non funziona, vogliamo sempre dare la colpa agli altri. Però sai che servirebbe? Che proprio in quel momento, quando il tuo compagno si irrigidisce nella sua risposta, qualcuno ti portasse uno specchio per vedere realmente come sei. E alla fine quando riesci a capire, è proprio uke che diventa il tuo specchio, quando si irrigidisce devi capire che stai sbagliando, accettare e cambiare te stesso.” È una riflessione che pronunciata così, con la semplicità di un cuore aperto, ho trovato molto profonda e mi torna continuamente in mente. Vi saluto, che domani ho un bel programma di pratica di tre ore, mattina il maestro Yasuno e la sera doppia lezione del maestro Osawa.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 4 e 5

Gli ultimi due giorni del seminario del maestro Endo sono stati così ricchi di emozioni che è stato difficile fermarsi per scrivere qualcosa. Il 4 maggio era previsto l’embukai, un’ora di lezione e poi il party. L’embukai era organizzato con una dimostrazione prima dei bambini del corso di Saku guidati dal maestro Ariga, poi i kyūsha, gli yudanshā, etc…Dopo un altro paio di dimostrazioni ci sono state quelle degli insegnanti stranieri, a cui ho partecipato con Roberto che mi faceva da uke, ho cercato di lavorare in modo pulito e semplice. Purtroppo la mia parte si è svolta in contemporanea con la dimostrazione di Matti e Borje, due allievi che seguono Endo da moltissimo tempo e a cui ero molto interessato. Infine l’enbu del maestro Endo, un po’ atipico rispetto alla solita esecuzione di tecniche a cui si può essere abituati in una dimostrazione. Endosensei ha cercato di illustrare il suo Aikidō, la sua condizione fisica e mentale nella pratica alternando spiegazioni e tecniche sugli uke, una sintesi di molte cose ribadite durante le lezioni del seminario, ma forse più organizzate in un discorso unico, che riascoltando ho capito meglio. E poi siamo tornati al dojo per il party, facendo l’ultimo giro in bici, guardando con calma le montagne circostanti, qualcuna ancora spruzzata di neve, i giardini curati di alcune case, i terreni scuri appena arati, assaporando l’aria di questa cittadina remota che forse sarebbe una meta del tutto sconosciuta a noi occidentali se non fosse per la presenza del maestro Endo e del maestro Ariga e di quello che hanno costruito. Il party è stato molto animato e dopo il mangiare c’è stata una seconda parte dove si sono alternate canzoni popolari e le esibizioni di Matti e Jorg, la prima un’esecuzione al piano in chiave jazz di un pezzo dei Genesis è stata stupefacente. Anche il maestro Endo ha chiuso cantando una canzone tradizionale giapponese, e infine siamo andati ancora a stare insieme ridendo e scherzando davanti ad un bicchiere. L’ultimo giorno del seminario abbiamo cominciato prima, alle 10, per un’intensa lezione di tre ore, interrotta da una breve pausa di 10 minuti. Il maestro ha proposto una serie di esercizi da hanmihandachi che richiedevano di portare uke prima a terra e poi di mantenerlo costantemente sbilanciato per impedirgli di tornare in piedi, un lavoro interessantissimo che abbiamo esplorato anche cambiando uke più volte, costretti quindi ad adattarsi allle risposte diverse di ognuno. Poi ancora in hanhandachi abbiamo eseguito shihōnage, ed un’osservazione del maestro sulla presa della mano di uke mi ha risolto una questione che mi ero sempre posto. Il che mi porta ancora ad osservare perché ci siano delle cose che una volte spiegate risultano così ovvie ma a cui non riusciamo a dare un senso da soli, bah! Abbiamo continuato lavorando in suwariwaza su Shomenuchi le tecniche fondamentali da ikkyō a yonkyō. Ed ancora il maestro è tornato a sottolineare che quando si lavora in katageiko, nella sicurezza dei movimenti che seguono una determinata sequenza, e di un uke che reagisce esattamente come vogliamo, abbiamo il dovere di rivolgere la nostra attenzione al nostro interno, cercando morbidezza, flessibilità e libertà. Poi abbiamo concluso con un jiyuwaza da Shomenuchi, dove ho avuto la fortuna di lavorare con il maestro Ariga e di confrontarmi con la sua energia infinita, posso solo dire che ho imparato moltissimo. La lezione si è conclusa con un bellissimo discorso del maestro, pieno di gratitudine per chi ha organizzato e reso possibile un seminario così bello, un discorso anche profondamente filosofico sull’utopia che si realizza di momento in momento quando gli esseri umani si ritrovano insieme in fratellanza ed armonia. Il suo invito a tornare a casa ed ad impegnarci per realizzare un’utopia simile a nostra volta è stato molto toccante, e per me che ho avuto la fortuna di lavorare ancora una volta in questa lezione con i suoi allievi diretti la valenza di un invito quasi personale. Infine siamo scappati un’ultima volta alle onsen, oltre che per ristorarsi per poter affrontare il viaggio a Tokyo da persone civili. Lunedì sarà ancora giornata di festa, perché qui le feste nazionali che cadono nei festivi scalano al giorno dopo, e potremo dedicarci a visitare un po’ di Tokyo. È davvero difficile esprimere la gratitudine che ho provato e provo per il maestro Endo e il maestro Ariga in questo momento, l’unica cosa che posso fare è invitarvi a non perdere tempo e ad organizzarvi per poter condividere anche voi quest’esperienza che vi toccherà profondamente.