Il metodo nell’Aikidō

La mia idea di pratica secondo un metodo nell’Aikidō è stata profondamente influenzata dall’incontro con il maestro Fujimoto e la sua didattica. Ho cominciato a praticare nel 1995 e nel ‘99-2000 ho frequentato il mio primo stage con il maestro Fujimoto, il mio insegnante di allora spingeva molto perché mi avvicinassi al suo lavoro, ma sinceramente, da quelle poche occasioni di un fine settimana, non restai molto impressionato, dal punto di vista dell’eccezionalità tecnica ero molto più sorpreso dal maestro Hosokawa. Poi nel 2001 per sostenere l’esame di shodan frequentai i 5 giorni dello stage di fine dicembre a Milano e per me si aprì un mondo. Il maestro Fujimoto in nove lezioni dispiegò un sistema tecnico estremamente chiaro, e soprattutto organizzato. Le tecniche venivano costruite in modo progressivo dagli attacchi più di base a quelli più elaborati, imperniate su dei movimenti fondamentali del corpo che si ripetevano nella stessa tecnica. Un movimento caratterizzava le forme omote, oppure la conclusione di tutte le tecniche di proiezione, un altro movimento le forme ura. Le forme di nikyō, sankyō, yonkyō potevano essere tutte costruite sulla base di ikkyō e questo a sua volta essere caratterizzato dall’iniziare da un rapporto aihanmi o gyakuhanmi delle posizioni reciproche. Il maestro aveva impostato una struttura ben organizzata di tecniche caratterizzata da movimenti ricorrenti e da dettagli e variazioni che si aggiungevano nella progressione, ma questo era solo il 50% del valore del suo lavoro. L’altra qualità del maestro era come veniva presentata la sua organizzazione tecnica, in ogni seminario il maestro seguiva un filo logico, impostandolo su un movimento od un uscita specifica, presentandola e sviluppandola, poi lasciandola per impostare un secondo lavoro particolare e infine riprendendola intrecciando insieme i due lavori. Questo modo di presentare un aspetto specifico di tutta la struttura dava una grande fluidità al lavoro svolto sul tatami, e ci si trovava a partire da un katatetori aihanmi e a finire in munetori menuchi anche se il gruppo di praticanti era molto eterogeneo nel grado e nelle capacità. Inoltre anche lavori soggetti ad essere ripetuti più volte venivano presentati sotto una luce differente in modo da restare sempre interessanti. Queste qualità diventavano manifeste sui tatami di Milano e Laces, in particolare proprio nell’Aikidō dei partecipanti allo stage. Potevi lavorare con dieci persone differenti in una lezione e riuscire a partire da un linguaggio comune con tutte e dieci, e all’interno di questo linguaggio concentrarti sulla particolare espressione proposta in quel momento. Avere un “sistema” non vuol dire però creare una struttura granitica, soggetta alla ripetizione e alla monotonia. Il maestro Fujimoto nei suoi quasi 40 e passa anni di insegnamento ha conosciuto una costante evoluzione tecnica, e a mio parere strettamente personale specialmente negli ultimi 10 anni questa evoluzione aveva una profonda connotazione didattica. Le tecniche del sesto e quinto kyū venivano a modificarsi per creare una base ed introduzione a tecniche molto più complesse che le avrebbero riprese più avanti, tecniche avanzate venivano semplificate per presentare solo le differenze necessarie rispetto ai moduli di base.
I quattro elementi che caratterizzavano il metodo del maestro in sintesi erano: struttura organizzata e logica delle tecniche, capacità di presentare tale organizzazione sottolineando un particolare filo logico, costruire una comunità che condivide un linguaggio universale, revisionare il lavoro tecnico evolvendolo in senso pratico e funzionale.
Questi elementi secondo me non connotano esclusivamente il lavoro del maestro Fujimoto ma caratterizzano un vero approccio moderno nel metodo ad una disciplina di natura tradizionale.
Il mio desiderio è che l’Aikidō che perseguo, degli insegnanti che prendo come riferimento, e che condivido con i miei amici ed allievi rispetti i requisiti di questo metodo.
Potrebbe interessarvi una serie di appunti che sto raccogliendo in questa sezione del sito.

Come rematori affiatati

Quando si guarda ad un anno didattico che sta per cominciare la prima domanda che ci si pone è “quale indirizzo dare alle lezioni? Su cosa si vuole lavorare in particolare?”. Non sono domande semplici ed è necessario avere prima di tutto chiaro quale sia stato il risultato dell’anno precedente. Aver osservato i propri allievi agli esami di fine corso, i punti critici su cui si sono arenati, la loro partecipazione alle lezioni e ai seminari che si sono proposti è importantissimo. Ogni responsabile di dojo lo fa per i propri allievi, ma allo stesso tempo è necessario anche che l’insieme degli insegnanti che perseguono una didattica condivisa cerchino di fissare un obiettivo comune, confrontandosi tra loro, ma anche con gli allievi altrui che come uno specchio appena pulito restituiscono un’immagine più fresca. Ritrovarsi insieme tra dojo diversi ad inizio anno diventa così un’ottima occasione per porre le fondamenta e tracciare un percorso di un nuovo anno didattico, più immersiva sarà l’esperienza e maggiore sarà il profitto, nasce così l’idea di uno stage residenziale. Chi ha avuto la fortuna di frequentare lo stage di Laces condotto dal maestro Fujimoto può già aver vissuto parzialmente questa esperienza, laces è un paese abbastanza piccolo e chi frequenta il seminario si ritrova spesso fuori dal tatami anche a pranzo e cena condividendo molto tempo assieme. In quell’occasione però era il maestro che tirava le fila dell’anno passato dal punto di vista didattico e piantava i semi per quello a venire, ed allo stesso tempo ci osservava, me ne rendo conto ora, con davvero un’enorme pazienza. A Macerata ci ritroveremo quest’anno con il proposito di costruire tra dojo diversi un legame simile a quello che siamo stati così fortunati da aver potuto costruire tra noi insegnanti quando il maestro ancora ci accompagnava. Da venerdì 7 settembre fino a domenica 9, insegnanti e allievi saranno ospiti della stessa struttura, praticando sul tatami, studiando jo e bokken all’aperto, vivendo insieme i momenti conviviali, in modo da conoscerci e abbattere in modo sincero le barriere tra alto e basso. Non c’è praticante di Aikido che possa giovarsi nella pratica nell’isolamento, e più di qualunque lascito tecnico il maestro Fujimoto ha inculcato in noi l’idea che progredire nell’Aikido vuol dire trovare persone con cui praticare in modo paritario, nel senso del rispetto reciproco delle proprie capacità e livello. Se qualcuno è più bravo di noi dobbiamo dare il nostro massimo e approfittare per apprendere di più, se qualcuno lo è di meno dobbiamo adeguarci alle sue capacità ma restare allo stesso tempo stimolanti. Trasmettere questa idea di pratica nel concreto non è semplice, bisogna davvero trovare persone che con affiatamento si pongano lo stesso obiettivo, magari proprio perché sono state educate nello stesso momento, ed è per questo che credo che lavorare con Fabrizio, Koji e Laura sia così importante per me e i miei allievi. Che abbiate avuto l’opportunità di seguire il maestro Fujimoto o meno, se credete che praticare Aikido voglia dire confrontarsi sinceramente, e in modo affiatato senza timore costruire una pratica che non è dimostrativa ma costruttiva allora spero di ritrovarvi a Macerata per questo stage residenziale. Non siamo dei grandi maestri ma seguiamo con tenacia un grande insegnamento.

Viaggio in Giappone e Aikido: giorno 8 e 9

Lunedì mattina la temperatura e l’umidità hanno ricominciato ad alzarsi, arrivato all’hombu ho trovato quelli che avevano fatto il primo turno sconvolti, un nutrito gruppo di stranieri arrivati tutti insieme aveva portato i praticanti a più di 80 presenze rendendo l’aria oltre l’afoso e l’irrespirabile. Comunque sono riuscito finalmente a praticare ad una lezione di Kanazawasensei. Stilisticamente molto simile al Doshu, ma con un’enorme passione per lo spiaccicamento su iriminage. Avevo una donna giapponese sulla sessantina come uke, che tra l’altro teneva un ritmo di pratica da fare impallidire più della metà della gente che conosco sul tatami, e con la scusa di correggerla Kanazawasensei si è divertito molto a spalmarmi a destra e sinistra. Davvero piccolo di statura, ma chiaro nel movimento, l’ho trovato davvero divertente. Poi un po’ di giri a spasso per Tokyo fino al doppio turno serale con Yokota sensei. Ancora delle lezioni molto belle tecnicamente, con certi elementi di kokyunage che si ripetono e vengono riproposti con qualche sfumatura diversa in altre attacchi oltre lo shomenuchi. C’è una variante di uchikaitennage che gira ad iriminage che a velocità reale ho trovato ai limiti del micidiale. Mi è capitato di praticare nelle due ore con due ottimi uke, John, un americano che vive lì, e Toritani sensei, un’allievo di Yokota sensei, per cui fa spesso da uke. Sono state due ore divertenti ma anche impegnative. Peccato per un cambio di direzione su ikkyo in suwariwaza che mi ha malridotto il gomito sinistro, spero si riprenda per martedì, che ho due lezioni che mi interessano molto, Yasuno sensei a cui avevo rinunciato la settimana prima per il caldo terribile dell’ora di Waka sensei, ed un altro doppio turno con Osawasensei che sarà il termine della mia pratica all’hombu a questo giro.
Anche martedì ancora caldo e umido in risalita, da Yasunosensei ho trovato un giapponese di nome Kan che mi aveva chiesto di praticare insieme alla prima maoccasione e così abbiamo fatto un’ora di tecniche che variano da kokyunage ad iriminage in modo spesso sottile. L’aikido del maestro Yasuno è un po’ misterioso per me, non riesco a decifrarlo molto, eppure ne sono affascinato. Fatto da lui sembra semplice, ma quando lo provi tu davvero ti senti incapace a riuscire ad ottenere certi kuzushi, squilibri, in direzioni così inusuali e con awase nel timing così rapidi. Poi un po’ di trasporto bagagli all’hotel dove alloggia la mia famiglia, che mi ha raggiunto per la parte turistica del viaggio, e via di ritorno all’hombu per le ultime ore con Osawasensei. La prima ora ho praticato con Watanabesan, e la seconda con un americano molto bravo di nome Luis, anche lui fisso in Giappone da tempo. La lezione del maestro Osawa ha ripreso molti elementi che aveva illustrato al seminario estivo a Laces. A differenza della settimana scorsa il tatami era affollato fin dalla prima ora, e alla seconda abbiamo dovuto praticare alternati sui nagewaza, comunque nonostante il caldo e l’umido pesantissimi il maestro Osawa, come ho già detto, conduce la lezione con molta attenzione. Il braccio sinistro che era stato risparmiato nelle osaewaza, tecniche di immobilizzazioni, all’ora di Yasuno sensei ha retto giusto giusto. A lezione conclusa è stato molto triste salutare tutti ma il pensiero del viaggio che ancora mi attende mi entusiasma, visiterò Nikko, Kyoto, Nara, Osaka, Miyajima, Himeji, per tornare infine a Tokyo come turista. Non vi perseguiterò con un resoconto noioso di questa parte della mia permanenza in Giappone, ma vi aspetto al mio ritorno a Roma per ritrovarci sul tatami con la ripresa dei corsi dall’11 settembre. Trovate qui gli orari dei corsi!

Viaggio in Giappone e Aikido: giorno 3

Oggi finalmente una bella giornata di sereno, con un po’ meno umidità. Alle 8.00, che sottolineo essere il secondo turno della mattina, eravamo sul tatami per la lezione di Kuribayashi sensei, che tra l’altro ho scoperto essere uno tra i pochissimi che oltre a spiegare anche a parole, intervalla le sue osservazioni in giapponese con dei mini sunti in inglese. Non serve tanto dire quanto la lezione sia stata piacevole quanto invece scoprire con sorpresa l’enfasi posta sul lavoro di uke, e sul perché sia importante lavorare in modo morbido e sensibile. “Scoprite fino a dove riuscite a tenere, quando la vostra forza si interrompe, dove perdete il contatto, cercate di seguire, cercate di tenere in modo da capire quale sia l’ultimo punto di contatto, e come tori date la possibilità ad uke di fare questo lavoro” è il concetto che è stato rimarcato più volte. Parole familiari a chi ha seguito per anni lya didattica del maestro Fujimoto ma che ultimamente ho sentito dire poco. Certo che allo stesso tempo bisogna restare vigili, perché il maestro ha un modo repentino di variare la velocità all’interno dell’esecuzione della tecnica che può sorprendere.
Poi molto riposo a casa e pronti per gli ultimi due turni serali, peccato che appena usciti il tasso di umidità si era alzato molto rapidamente. Comunque il maestro Miyamoto l’ho trovato un po’ diverso da come l’avevo conosciuto a Milano, più calmo, vuoi per il caldo?, e anche meno dispersivo. Anche senza parole si capisce la sensibilità con cui si comporta come tori variando la tecnica sulla risposta di uke. Quindi ogni tecnica più che declinarsi in varianti tendeva a divergere in due differenti tecniche a seconda dell’occasione fornita dalla risposta di uke. Interessante che il maestro corregga molto, al primo turno quando eravamo un po’ meno mi ha corretto tre volte, e poi gira molto lavorando coppia coppia, come aveva fatto anche Kuribayashi la mattina. Anche il suo lavoro molto improntato al rapporto tra tori e uke, dove la tecnica non è una forma di dominio, o di imposizione ma un dialogo complesso, vivo nello svolgersi. Temo di aver sbagliato nell’ignorare gli ultimi due seminari fatti in Italia, sarà meglio organizzarsi per rinnovare l’esperienza quest’anno venturo, sperando di trovarlo bello sereno come oggi però. Ultima nota su quanto sia affollato l’ultimo turno della giornata, quello dalle 7 alle 8, eravamo davvero parecchi e tra umidità e persone lavorare è diventato di nuovo pesante. Anche se mi sembra che tre ore al giorno senza essersi ancora ben abituati al clima e all’orario sia un ritmo sostenibile. Domani ho programmato un orario un po’ strano, tre turni di un’ora distaccati tra loro da ampi intervalli: Osawa sensei ( ohyeeeeees) , Fujimaki sensei e Sasaki sensei che non ho mai incontrato. E se riesco finalmente cena al ristorante di soba vicino casa che però chiude sempre mentre noi finiamo il secondo turno serale, questa volta non mi scappi.
A domani

Piccoli grandi stage!

Nell’Aikikai d’Italia come in molte altre associazioni ogni anno vengono organizzati moltissimi seminari, che si svolgono generalmente nei fine settimana. Tutti questi seminari sono condotti da grandi maestri giapponesi (o europei, vedi il caso di Tissier ed altri) che vengono in visita in Italia per seguire lo sviluppo degli allievi che li hanno come punto di riferimento e da maestri di lungo corso italiani, che con la loro lunga esperienza cercano di tenere vivo l’enorme bagaglio tecnico dell’Aikido. In buona parte di questi casi a giovarsi dell’insegnamento sono soprattutto i gradi più avanzati, perché i grandi maestri hanno già un linguaggio molto articolato che porta avanti un discorso cominciato molto tempo fa. Non è impossibile inserirsi e imparare qualcosa, ma credo che nel caso di un principiante assoluto, o di quel filone in particolare, quello che uno ne possa ricevere è un’immagine di qualcosa a cui aspirare o di un lavoro che ha seguito uno specifico percorso. Quale percorso formativo deve seguire allora un praticante di Aikido? Se avete letto già altri articoli sul blog conoscete l’importanza che do alla pratica assidua nel proprio dojo sotto l’occhio attento del proprio responsabile, oltre questo ci sono piccoli stage che secondo me hanno un enorme valore formativo. Li definisco piccoli stage perché sono tenuti da maestri che sono 3°-4°-5° dan, che non hanno nomi molto conosciuti ma che come il vostro insegnante sono a loro volta responsabili di corsi frequentati da persone principianti ed intermedie. Non girano il mondo dalla mattina alla sera, ma con premura costruiscono una pratica solida per i propri allievi, costruiscono il loro linguaggio didattico arricchendolo di parole ed esempi che hanno visto permettere di raggiungere più facilmente la comprensione di una tecnica o di un movimento. Un esempio di questo genere di stage sono quelli organizzati dall’Aikikai Milano, il dojo storico fondato e sviluppato dal maestro Fujimoto e portato avanti dai suoi allievi oggi, che sono rivolti uno ai gradi mu, 6° e 5° e l’altro al 5°-4°-3° kyu, e che di solito sono tenuti tra la fine di gennaio e marzo. Soprattutto il seminario rivolto ai gradi intermedi è un’ottimo stage che ha visto alternarsi insegnanti molto validi (Emilio Cardia, Fabrizio Bottacin, Andrea Re, Laura Benevelli, Cristina Sguinzo), impegnati nel costruire un percorso didattico intorno alle tecniche di quei gradi specifici. Il valore di questo stage è così alto che ogni anno con la scusa di accompagnare i miei allievi vi ho partecipato arricchendo non solo il mio bagaglio tecnico ma anche didattico, cercando di fare mie le soluzioni di insegnamento ogni volta proposte. Si tratta di persone che si sono formate seguendo lo stesso modello didattico, il maestro Fujimoto, ma che ovviamente hanno assorbito e fatto proprio il suo metodo secondo le proprie inclinazioni. Questo ha una grande importanza perché a volte un mio allievo che si è arenato su una mia spiegazione grazie ad un modo comunicativo differente riesce a superare l’impasse. Più o meno per lo stesso motivo questi “piccoli” stage sarebbero il modo migliore per avvicinarsi ad una pratica che magari si trova interessante ma che non si è ancora avuto modo di sperimentare pienamente perché differente da quella solita del proprio dojo. Vedo molte persone condividere sui social i video del maestro Fujimoto, pieni d ammirazione per la bellezza ed ampiezza dei suoi movimenti, e leggo come per molti di loro si è trattato di un evento non ripetibile, ed invece penso a come il maestro abbia elaborato una didattica ben precisa, tesa ad acquistare una ben precisa forma, e che questa didattica non è andata perduta ma viene tenacemente portata avanti dai suoi allievi, che si incontrano, confrontano e portano avanti quell’eredità. E questo credo non valga solo per il maestro Fujimoto ma sia un lavoro comune di tutti quei responsabili di dojo senza nomi altisonanti che si muovono sul territorio rispondendo prima di tutto ad un forte senso di responsabilità.
Detto questo, se in particolare siete interessati all’Aikido del maestro Fujimoto, e volete assaggiare il lavoro che egli ha proposto per anni, invece di sospirare davanti ai suoi video vi invito a ritrovarci sul tatami in occasione dello stage che ospiterò a Roma con gli stessi insegnanti che quest’anno hanno condotto il seminario per i 5°-4°-3° kyu a Milano, i maestri Bottacin e Benevelli.
Qui sotto la foto della locandina.
seminario Roma

La nostra vecchia pagina dei video

montaggio video della pratica durante le lezioni al Kikai dojo, sono passati un po’ di anni da allora.

parte di una breve dimostrazione tenuta al liceo scientifico Landi di Velletri durante la giornata dello studente del febbraio 2009

alcuni video del maestro Fujimoto nostro punto di riferimento per la didattica dell’aikido