10 giorni con il maestro Ariga: day 3

È già arrivato l’ultimo giorno del seminario di Oslo. Abbiamo lasciato il b&b ed alle 11 sono cominciate le ultime due ore di pratica sul territorio norvegese. Sono riuscito a lavorare con persone che conosco bene, e che so già che mi offriranno un feedback specifico, che mi permetterà di mettere alla prova la mia comprensione di quel lavoro che sto cercando non solo di decodificare, ma proprio di assimilare con il corpo. E poi ho cercato di praticare con un po’ delle persone che ho conosciuto al party del sabato sera, persone nuove, che ti offrono una reazione inaspettata e a cui devi adattare più volte il tuo movimento cercando di non abbandonare il lavoro prodotto dal maestro. Arigasensei ha proposta un po’ più forme quest’ultima lezione, confidando che gli elementi costitutivi del suo Aikidō fossero oramai abbastanza chiari e che si potesse in un determinato contesto metterli alla prova. Non so dire se lavorare nella forma sia più facile o difficile, è più difficile perché la meccanicità della forma induce spesso a ripetere il gesto già conosciuto, perché purtroppo la mente si rifugia continuamente nel già conosciuto. Può essere più facile se la forma invece diventa un supporto stabile così da poter porre il proprio focus sugli elementi che si stanno investigando perché o nuovi o non ancora pienamente assimilati. Per me è, come credo per buona parte, entrambi, mi permette di osservare dettagli di forme che ho già visto ed ora mi sembra di cogliere per la prima volta, soprattutto il timing di certe porzioni, ma allo stesso tempo la confidenza con la parte più meccanica mi porta ad accelerare andando a perdere la consapevolezza dei fondamentali soprattutto della postura in gravità e della qualità positiva nelle rotazioni. Quindi per me è vero che c’è stata meno precisione, però allo stesso tempo l’energia è stata più scorrevole, permettendo al corpo di scaricarsi. Ora vedremo se dopo delle lezioni così intense, cambiando il contesto con il passaggio alla pratica nei dōjō individuali nei giorni feriali, la mia capacità di assimilare queste proposte funzionerà differentemente. C’è anche un”altra riflessione che vorrei condividere, una cosa che mi è successa sul tatami, e non è la prima volta, e penso sia un’esperienza che abbiamo avuto tutti, l’Uke con cui non ti trovi proprio e che arrivi al limite di mandarlo a quel paese. Certamente è in buona parte colpa mia, perché mi succede spesso quando incontro la persona sbagliata nel momento giusto. Il momento è quello giusto perché quelle volte ho fatto da Uke al maestro, e quindi ho un’impressione molto forte di che lavoro mi è stato fatto addosso, ed ammetto che ho un’energia più alta in quei momenti, perché ho sentito la tecnica in un determinato modo e cerco di rimetterla in atto e che mi sia fatta in un modo che sia il più fedele possibile alla mia impressione. E questo può essere negativo, la mia energia più alta può scontrarsi con la confusione di qualcuno che invece quella tecnica l’ha vista da fuori e sia incerto, però anche la persona che ti prende dopo che hai appena fatto da Uke, non vi parrebbe normale che se gli dici qualcosa provi un attimo ad ascoltarti? Per farla breve ieri dopo aver fatto da Uke al maestro mi prende uno, lo lascio cominciare, come faccio sempre sui tatami che conosco poco perché mi permette di regolarmi sull’intensità che poi avrò come Tori, Questosignore comincia e secondo me è un disastro, non riesco neanche a capire come cadere visto che lo sto reggendo io, in qualche modo mi tuffo le mie quattro volte, anche se voglio aiutare non lo faccio mai al primo giro, perché per esperienza ci sono tante persone che quando gli fai tu la tecnica ti osservano per capire come la fai, e poi decidono se la tua esecuzione differisce dalla loro e se possono prenderne qualcosa. Non posso dire che la faccia giusta però posso dire che cerco di farla come l’ho sentita,al tipo evidentemente non gliene frega u nulla. Al suo turno ripete il disastro del primo giro, alla seconda esecuzione gli dico che il maestro teneva l’asse dritto (non vedo perché lo devo regge io quando sta storto) ed aveva il centro rivolto verso di me, cercando di essere “diplomatico” nell’esprimermi. Effetto nullo, se gli avessi detto che il mio colore preferito è il verde petrolio avrei avuto lo stesso effetto. Mi tuffo gratis un’altra volta, alla terza esecuzione è poggiato su di me con una spalla (la mia fronte vede perfettamente la sua tempia) e la sua linea centrale è rivolta alla mia destra, davanti la mia mano che cerca di non fare nulla ma non sa perché, allora gli tocco il nodo della cintura e cerco di girarlo un po’ verso di me, si ferma, prende spazio e mi dice “i don’t like people telling me what to do!”. Imbarazzatissimo silenzio da parte mia, il mio unico pensiero dentro di me, alla romana, è “tepotevifalicazzituaseiuncojonenonimparimai”, mi tuffo altre due volte, poi turno mio e altri quattro tuffi, mi lascia così, un po’ amareggiato. Sabato pomeriggio ci evitiamo accuratamente però la sera penso che l’aikido non debba funzionare così, la pratica con l’altro non dovrebbe lasciarti con un sapore così amaro. Quindi stamattina l’ho cercato, non gli ho detto niente, ho cercato di fare Uke in modo da condizionare il suo movimento senza però ostacolarlo. A fine lezione, quando faccio il giro come sempre per ringraziare tutti quelli con cui ho lavorato, lo trovo, lo ringrazio e gli chiedo scusa per averlo “corretto” ieri, non ho neanche finito che lui mi chiede scusa a sua volta perché ha pensato di essere stato maleducato e brusco. Come diceva l’agente Huber “tutto è bene quel che finisce beeenee” Vi lascio che vado a fare un giro a vigenland park approfittando che qui c’è luce fino alle undici passate.

10 giorni con il maestro Ariga: day 2

Oggi siamo entrati nel vivo dell’atmosfera da seminario. Il tema centrale delle lezioni è stato, oltre alla condizione fondamentale data dalla routine 1 che ci conduce ad una postura dove la nostra gravità è centrata, il movimento positivo, che è il modo corretto con cui Arigasensei propone di interagire con il compagno. Il movimento sarà positivo se l’asse centrale non arretra durante le rotazioni, negativo altrimenti. La routine 1 ci permette di capire come la postura in gravità può ricevere ed assorbire l’energia data dall’attacco o dall’input iniziale di Uke, che nel filone di Endo viene nominata come Atari, tramutandolo in connessione, nominata Musubi in questo contesto. Quando c’è musubi l’effetto dei movimenti del centro di Tori hanno ripercussioni immediate su Uke, tenendolo costantemente o infangato nel movimento o per reazione in fluttuazione, ed in più dato che induce uno stato di tranquillità nella mente di Tori, si entra, o di dovrebbe entrare, in uno stato profondamente vigile dove si è estremamente sensibili ai tentativi di Uke di recuperare il proprio centro. Perché la condizione di musubi si mantenga è necessario che ci sia l’atari iniziale di Uke, ma anche che poi Tori mantenga la sua gravità in modo presente su Uke, per certi versi possiamo dire che sia necessaria una pressione accogliente, se il nostro centro/asse si ritira nel momento in cui il movimento acquista più dinamica il musubi si interrompe. Nella pratica “recitata” delle forme questo non sarà un problema, ma in una pratica superiore dove si richiede ad Uke di essere intelligente e di praticare Aikidō parimenti a Tori la cosa crea un problema enorme. Nell’idea di movimento positivo non è vietato arretrare o prendere distanza ma è il ritrarre la propria energia il problema più grave, per questo il concetto è più complesso del semplice premere costantemente in avanti. Questa complessità porta il maestro a proporre tecniche ed esercizi diversi per affrontare il problema da più punti e sfaccettature. Cominciando dal lavoro più tipico di katatetori, per poi passare a chiamare Uke lasciando tenere il polso e dandogli le spalle, per arrivare a rompere la presa senza disconnettersi, e da lì il lavoro su yokomenuchi scaricato in irimi e tenkan, sempre avendo più cura di mantenere il positivo che non di concludere con una tecnica specifica. E così è un susseguirsi di un quasi ikkyō, di un quasi kotegaeshi, di un quasi kokyūnage, non perché non si arrivi effettivamente a quella conclusione, ma perché se uno li nomina direttamente la mente del praticante va direttamente alla conclusione e salta il processo di esplorazione di sé e della connessione che lo precede. E in questo risiede un punto importante che il maestro sottolinea sempre, dato che il lavoro pone importanza sul proprio interno la responsabilità ultima del lavoro che facciamo può essere solo ed esclusivamente nostra. Il maestro propone e condivide le sue idee, ma se quelle vogliamo farle proprie spetta solo a noi, sarà solo nostra responsabilità.

10 giorni con il maestro Ariga: day 1

Anche questa mattina un po’ di turismo. Dato il tempo piovoso ho deciso di rifugiarmi in un museo, ed ho scelto il museo Fram. Prende il suo nome perché all’interno vi è conservata questa nave che è stata protagonista di una missione di esplorazione della corrente del polo nord prima e poi di altre missioni. Interessantissima la storia delle spedizioni per l’esplorazione geografica e scientifica del polo artico ed antartico. Persone incredibili, coraggiose, forse spesso ai limiti dell’incoscienza ma anche preparatissime e con una mentalità aperta al nuovo, al diverso, ne è un esempio lo studio e la comprensione del vivere degli inuit che invece erano considerati dei primitivi dagli altri europei. E poi la sera la lezione del maestro Ariga, un’ora e mezza per gettare le fondamenta del suo lavoro tipico e di quello che probabilmente proporrà durante il seminario del finesettimana. Routine numero 1, per trovare la posizione neutra, o gravitazionale o semplicemente confortevole. Alzarsi e risalire dalla posizione di seiza, come le donne ninja kunoichi, per imparare a mantenere l’asse costantemente. L’uso del bacino e della sua retroversione per riuscire a restare neutri nella postura anche quando a causa dell’attacco riceviamo una sollecitazione asimmetrica. Un lavoro su ikkyō, o ad esso riconducibile per ritrovare l’allineamento delle braccia-centro-gambe su Uke. L’importanza dell’allineamento di uke e del nostro centro, così che ci sia scambio di energia. È l’inizio di tanto lavoro che, anche se a volte ho già sentito e visto, ogni volta credo di comprendere e di assorbire di più.

10 giorni con il maestro Ariga: day 0

Vorrei fare una cronaca della mia nuova avventura che, ovviamente, è legata all’Aikidō e alla mia ricerca continua sulla Via. Così oggi sono partito alla volta di Oslo per partecipare al seminario del maestro Ariga che comincia da venerdì sera fino a domenica. Fino a qui potreste trovare poco di eccezionale, ma la mia idea era poi di frequentare anche il seminario successivo del maestro Ariga ad Helsinki. Vabbè direte voi, ormai le doppiette con Arigasensei sono diventate quasi normali, con la solita Granata-Napoli che faccio sempre. Però a questo giro non stacco, approfitto che il maestro farà lezione tutti i giorni, anche quelli feriali, in diversi dōjō in Finlandia ed inanello un 10 giorni di seguito di lezioni con il maestro. Assomiglia più all’intenzione di uno stalker che altro, ma per me è invece un’occasione importante, sarà la prima volta che seguirò un maestro, che per me è un punto di riferimento importante, in modo così continuativo ed intensivo. Di solito quello che riesco a catturare nelle lezioni di un seminario devo rimasticarlo da solo quando torno a casa sul mio tatami, la mia speranza invece è di poter ricevere una supervisione continua e ininterrotta, oltre al piacere di poter condividere più tempo con il maestro Ariga che è una persona stupenda anche fuori dal tatami.
Vi terrò aggiornati, intanto oggi ne ho approfittato per fare un po’ il turista ad Oslo.

Giappone 2023, Giorno 3

Anche oggi altre quattro robuste ore di lezione del maestro Endo, per fortuna il giro alle Onsen ha aiutato moltissimo per il recupero muscolare. Devo dire che si cade molto facilmente in questa buona routine sonno-colazione-pratica-onsen-cena-sonno e così via, nel breve periodo aiuta perché ti permette di lasciare il resto del mondo fuori e dare il 100% all’Aikidō, ma forse c’è anche il rischio di perdere il contatto con la vita quotidiana vera, mi accorgo infatti di leggere notizie sui giornali italiani su internet e di provare assoluta indifferenza. Comunque per qualche giorno si può. Oggi c’era già più gente sul tatami perché comincia la sequenza di festività che sono il 3-4-5 maggio, e sono il nucleo della golden week, una specie di ponte gigante che i giapponesi usano per fare un po’ di vacanza per una settimana. A parte quei matti degli Aikidoka che invece si dedicano alla pratica. Comunque complice l’arrivo di gente nuova il maestro ha ripetuto molte delle parole che ha detto ieri, ma la cosa non mi stupisce si tratta delle fondamenta del suo lavoro. 自分の経験=jibunnokeiken, la propria esperienza, tutto deve passare attraverso la nostra esperienza personale, per questo è necessario un’osservazione continua di quello che succede nella relazione con il compagno di pratica di momento in momento e perché succede. Anche gli insegnamenti del maestro vanno sperimentati di persona, se restano solo parole ascoltate non servono a niente, quindi ogni lavoro proposto si deve studiare, provare, sperimentare, e sentire, solo allora può essere acquisito. Cosa sentiamo, proviamo noi è il punto fondamentale, e quando sentiamo di essere bloccati dobbiamo essere in grado di cambiare, subito, senza rimanere incastrati, senza cercare di superare la resistenza con la forza scadendo nella rigidità, allora la nostra visione si allarga ed è possibile realizzare tutto il potenziale.
Torno sull’argomento allievi stretti di Endosensei perché mi sembra si ripeta un pattern, cominciano sempre gentili e molto cauti, al punto che ci resti per un attimo male, quasi deluso, poi pian piano che ti conoscono e si fidano si lasciano andare, e da lì comincia la giostra, il movimento varia continuamente, inseguono e sfruttano ogni apertura mantenendo continuamente la connessione. Oggi insieme ad Oiwasensei lavorando Ushirowaza ho passato un quarto d’ora interessante, ho finito che boccheggiavo. Il maestro è pure andato avanti con il lavoro del kodachi, ci ha proposto un paio di variazioni di parata e contrattacco e poi ci ha lasciato lavorare liberi in coppia, sono stato fortunato a poter fare questo giro con Atobesensei, molto studio, tranquillo e con molta attenzione a non farsi male. Poi di nuovo un giro alle onsen ed infine cena in compagnia di Mya e Pasi, finlandesi, Craig, sudafricano, Stella, cinese che vive a Tokyo, Hiro, giapponese che ha vissuto molto tempo in Europa, è il primo giro di ramen di questo viaggio e non era male.
Oggi non ho rischiato disastri, quindi giornata di grande successo.
Ah no, il maestro ha deciso di chiamarmi Marco Polo, non so se la cosa gli resti in memoria più facilmente o semplicemente lo diverta, fatto sta che pronunciando alla giapponese a me suona MarcoPoro, e nella mia mente romana automaticamente nasce il completamento PoroMarco!

Aikidō, un altro passo insieme

Parlando di recente con un insegnante di un seminario che ho organizzato e a cui ho partecipato imparando molto, l’ho sentito chiedersi con enorme modestia: “ma noi abbiamo qualcosa da insegnare a questi allievi?”

È davvero una domanda importante, che sottintende la grande umiltà di chi non si sente un grande maestro, ma semplicemente una persona che ha praticato molto, che ha studiato molto, che ha da condividere con altri i progressi che ha fatto, ma che allo stesso tempo riconosce che i suoi insegnanti di riferimento avevano una didattica ancora superiore, il cui livello è difficile da eguagliare ma resta qualcosa a cui anelare. Ci sono ancora molte persone che non hanno compreso il lascito tecnico e didattico del maestro Fujimoto, persone che confondono il dettaglio tecnico con l’impostazione formativa di un certo percorso. Negli ultimi anni ho girato molto, sono salito su tatami diversi, e mi faccio vanto che ovunque sia andato sono riuscito a lavorare e ad adattarmi a sistemi differenti, non tanto risultando bravo quanto piacevole nella pratica. Quando dopo aver lavorato con una persona che non si conosce ci si sente dire “grazie, praticare con te è stato piacevole e sono riuscito a studiare molto” mi rende davvero felice. E sono convinto che non sia una mia qualità personale, quanto una maniera con cui sono stato educato, un metodo a cui ho avuto la fortuna di essere stato esposto nella mia formazione. Divento sempre più certo che la didattica del maestro, che insieme ai miei compagni di viaggio porto avanti, sia improntata ad insegnare agli allievi un metodo per imparare a muovere il corpo correttamente, ad un ascolto reciproco nel ruolo di Tori ed Uke. Non ci interessa insegnare come deve essere fatta una tecnica, ci interessa trasmettere quegli strumenti perché uno studente possa autonomamente confrontarsi con un movimento od una tecnica e risolvere da solo quel puzzle. Si avvicina la data del 22-23 giugno, dove in quattro insegnanti, insieme, a Bologna faremo convergere i nostri allievi per farli praticare e soprattutto per tenere una sessione di esami kyū e dan condivisa, perché lo facciamo? Perché vogliamo vedere non tanto se facciamo Ushirowaza ryōtetori iriminage seconda forma uguale quanto piuttosto se stiamo riuscendo a fornire ai nostri allievi, che si sono incontrati più volte nel corso dell’anno, gli strumenti adatti per continuare a crescere e magari superarci. Per confrontarci come insegnanti e con umiltà chiedere ad un altro che impostazione ha usato per un movimento che ai suoi allievi riesce bene e ai nostri meno.

Non so se abbiamo molto da insegnare a questi allievi, però possiamo mostrare loro con quale metodo si può imparare, e lasciarli fare e divertire senza essere ingombranti.

Ci vediamo sul tatami

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 14 e 15

Martedì la mia pratica è cominciata di nuovo con l’ora del maestro Yasuno, anche questa volta ha costruito la sua didattica partendo dal jiyuwaza di katatetori. Successivamente siamo passati a chūdantsuki e poi a yokomenuchi sempre cambiando frequentemente partner, il che mi ha dato la possibilità di incontrare e lavorare di nuovo con Guille, uno straordinario praticante argentino che vive in Giappone da anni. Comunque il mio giro uke è stato molto fortunato, ho lavorato tra gli altri  su yokomenuchi con una ragazza che il maestro ha anche chiamato da uke, l’ho trovata molto brava. Dopo il Keiko ho girato in lungo e largo Shinjuku, arrivando letteralmente ad odiare Shinjuku Station che ho praticamente circumnavigato e attraversato una decina di volte. Poi le due ultime ore di lezioni serali con il maestro Osawa, le ultime purtroppo. La prima ora ho lavorato con Ivan, un ragazzo neozelandese (ma di origini serbe) che vive a Kobe e con cui sto calpestando il tatami insieme dal seminario di Saku, sebbene sia alto più di due metri e bello quadrato pratica con serietà senza trasformare la pratica in un contesto di forza, e si che ne avrebbe se volesse usarla. La seconda ora ho lavorato con Kinoshitasensei che ci aveva accompagnato al torneo di sumo, una signora sopra i sessant’anni che oltre ad una tecnica invidiabile ha sostenuto un ritmo per un’ora incredibile, mi è costata una fatica notevole starle appresso. Dopo cena è stato il turno della preparazione valigie, perché mercoledì è il giorno del rientro ed il mio piano è forse un po’ temerario. Quindi checkout all’alba per andare all’honbudojo con tutti i bagagli, e qui la prima conferma dei miei timori. Andare via oggi rientrava nel mio programma, per evitare a tutti i costi l’afflusso massiccio di praticanti che si riversa a ridosso dell’all japan. E vedere la fila davanti all’honbu alle 6 di mattina significa che è il momento di andare. Così con un tatami straripante di persone, e con Waka sensei che a sorpresa sostituisce il Doshu, vengo finalmente catturato da Tanisensei, che se si è stranieri e non si è lavorato almeno una volta con Tanisensei vuol dire che non si è stati davvero all’hombu. È uno dei praticanti anziani del dojo, e nonostante questo ha un ritmo invidiabile, e mi ricordo ancora le correzioni che mi fece la prima volta che sono stato in Giappone. Me le devo essere ricordate così bene che alla fine della pratica mentre lo ringrazio mi dice che potrei essere suo figlio per quanto la nostra tecnica si somiglia, il che ci sta visto che gliele ho copiate tutte dalla prima all’ultima. Poi tocca all’ora di Kuribayashisensei, parteciparvi vuol dire avere un margine strettissimo per giungere all’aeroporto in tempo, ma già la settimana scorsa era stato sostituito da Iriesensei, insomma non ci posso rinunciare, mi basterà volare via a fine lezione. Comincio praticando con Craig e il maestro Kuribayashisensei ci fa prima visita sul tenkan ho, e già a prendergli il polso capisci che devi stare all’erta, poi dopo un cambio uke me lo ritrovo su katatetori iriminage e lo so già che mi pianterà nel tatami, nonostante questo mi prende di sorpresa e vado giù così piatto che sono felice sia l’ultima ora,  dopo un altro cambio uke mi trovo a lavorare con una signora giapponese tra i 50 e i 60 che avevo già notato da Yasuno, di una eleganza e ampiezza dei movimenti molto belli, averci lavorato insieme per caso è un colpo di fortuna. E dopo il saluto finale sfreccio via senza neanche avere il tempo di piegare l’hakama, lo farò in aeroporto! L’aereo parte alle 13 e un quarto, e dopo cambi metro fulminei sono lì per le 11, lascio il bagaglio, un ultimo giro acquisti spendendo gli ultimi yen, l’ultimo dolcetto al tè verde ed è ora di lasciare il Giappone. Da giovedì mattina saremo già pienamente operativi in Italia.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 11

Sabato è stata una giornata molto bella, ma anche molto ma molto faticosa, soprattutto considerato l’affaticamento accumulato il venerdì passato con 4 ore e mezza di pratica. La prima lezione del sabato non comprende la solita alzataccia delle 5.30 ma è condotta sempre dal Doshu, che imposta la sua lezione sempre sul kihon waza, in pratica un giro completo di tecniche su Shōmenuchi e morotedori kokyūhō sono sempre fisse, poi alcune volte si continua a lavorare in morotedori altre volte diverse forme da Ushirowaza. La tecnica è ridotta ad una forma così scarna, base che farla funzionare diventa davvero difficile se si vuole studiare seriamente, perché il taisabaki va regolato completamente sul tempo di risposta di uke. E come dicevo altrove è per questo che a seconda di con chi si lavora cambia tutto. Poi un’altra ora con il maestro Kobayashi, che mi interessa pian piano di più, non ha un Aikidō travolgente come può essere quello del maestro Miyamoto ma lo trovo molto coerente, e chiaro per come viene presentato. Il tempo di una fuga rapida a casa per una bella doccia calda e un carico di keikogi e seguendo le indicazioni parto di nuovo per etsujimae, la stessa zona dove si è svolta la lezione del maestro Endo venerdì sera, ma in un posto diverso, un centro sportivo universitario della facoltà degli studi di biologia marina aperto a tutti. Per strada vengo intercettato da Stella e Suzuki e beh è davvero strano trovarsi ad una fermata della metro di Tokyō ed essere chiamati per nome. La lezione del maestro Ariga mi lascia davvero sorpreso, il lavoro proposto è incredibile, un lavoro sulla connessione e la sensazione, tralasciando l’uso delle tecniche, molto affascinante. E che richiede un lavoro enorme al maestro Ariga, perché quando punti sulla ricerca di un determinato feeling è necessario un contatto diretto e continuo con il maestro, e quindi Ariga è ovunque sul tatami, per “impostare” il tuo lavoro nella giusta direzione. Quando non capisci o non funzioni lo devi chiamare e lui a spiegarti attraverso il contatto come Tori ed uke cosa si deve fare. Quando si passa alla tecnica libera su shōmenuchi è di nuovo a girare con tutti, adattandosi ad ognuno senza problemi, ed anche contro persone più sfidanti (e ce ne sono) la natura del suo rispondere non cambia, è come guardare l’acqua di un fiume, si adatta, accelera, rallenta, sale, precipita indifferentemente, e alla fine tutti cadono non perché hanno subito una tecnica specifica ma perché il nostro adattarsi non regge il suo mutare. E ci tiene moltissimo a trasmettere quello a cui è arrivato, la “sua” idea di Aiki. Forse dovrei dire la nostra perché la condivido pienamente, ho avuto modo di assaporarla su un esercizio che è di quelli che a vederli da fuori non puoi davvero crederci, si vede anche nei filmati di Osensei, lui in seiza lievemente inclinato in avanti “resiste” alla spinta contro le spalle di te in piedi, beh 10 volte su 10 mi sono trovato pancia a terra dopo aver pattinato contro un ostacolo non tanto inamovibile quanto inafferrabile, si ha tutto il vantaggio immaginabile nel poter applicare la forza ma non si trova il punto dove applicarla nonostante il contatto. È qualcosa che va provato perché è impossibile da descrivere, quindi vi tocca aggiungere anche almeno un seminario di Arigasensei ai vostri programmi annuali. Non penserete mica che la giornata sia finita qui, perché Suzuki mi informa che il maestro Endo tiene una lezione anche oggi però a Funabashi, nel distretto di Chiba che tocca Tokyo ma è separata. Un bel viaggio per raggiungere questo centro moderno dalla struttura classica che comprende un tatami molto grande che però condividiamo con una lezione di Karate. Non posso aggiungere molto a ciò che vi ho già detto durante i giorni trascorsi a Saku, giusto mi permetto di esprimere una sana invidia per questi allievi dei vari dojo di Tokyo e dintorni che hanno la fortuna di ospitare settimanalmente il maestro. A volte “solo” tra le trenta e le quaranta persone, di qualunque grado, sono lì a prendere ukemi per il maestro Endo che gira ciclicamente sul tatami, e i risultati si vedono, praticanti con i contro fiocchi che fanno un’intensità alla pratica profonda. Dopo un’ora e mezza hai l’impressione di aver praticato per ore considerato l’energia mentale e fisica che si spendono, e sia io che Suzuki riusciamo quasi solo a strisciare fino a casa, facendo però una base per cenare a base di ramen a Shinjuku. E qui condivido la scoperta dello shioramen, ovvero del ramen con il semplice brodo salato, può sembrare poco ma vi assicuro che dopo una decina di giorni io odio il sapore a base di shoyu (la salsa di soia usata come correttore di sapidità) che trovo ovunque e un break è davvero apprezzato.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 9 e 10

Sto un po’ rimanendo indietro con il diario di viaggio e pratica ma l’intensità degli allenamenti costringe davvero a riposare ogni volta che puoi. Anche se le lezioni sono di un’ora il ritmo è sempre molto alto, perché le spiegazioni sono ridotte all’osso, il taisō (la ginnastica) non supera i primi 4 minuti della lezione, il che richiede a me che sono un vero e proprio diesel di arrivare almeno venti minuti prima e fare riscaldamento per conto mio, come fanno molto altri. Poi a parte eccezioni nel corso di un’ora non si cambia uke, quindi se ci si è trovati con una macchina da guerra sapete già che non ci saranno pause. Comunque la mattina di giovedì al secondo turno c’è la lezione del maestro Osawa, che era nonostante l’orario comunque affollata, ho potuto lavorare di nuovo con Shanat. Il pomeriggio invece ho avuto l’opportunità di studiare con il maestro Kobayashi, uno tra gli insegnanti maggiori attualmente in forza all’hombu, la lezione mi è piaciuta molto anche se ho avuto qualche difficoltà con il primo compagno di pratica, un gigante bulgaro che ha sovrastimato le mie capacità elastiche su tenchinage. Mi sentivo un po’ come l’osso dello sterno del pollo quando si fa il gioco di “esprimi un desiderio”, quale braccio si stacca dal torso? Il maestro Kobayashi è in grado di esprimere un movimento esplosivo generando una piccola onda che parte dalle anche, sono quelle cose che anche quando le riesci a vedere dovresti esercitarle migliaia di volte per conto tuo per replicarle, e poi altre migliaia di volte nello stress generato da uke. Venerdì è stata una giornata intensa, alzata all’alba per frequentare la lezione del Doshu delle 6 e 30. Mi sono trovato come uke uno degli “anziani” del dojo, il signor Nishino, ci ho lavorato con piacere, ad un buon ritmo, con molta disponibilità da parte sua nel ricevere le tecniche, e moltissima da parte mie nel ricevere le sue correzioni su alcuni punti. Trovare un buon compagno è molto importante all’ora del Doshu perché le spiegazioni sono brevissime, la forma tecnica spogliata ad una tale essenzialità da essere ai limiti dell’invisibile, quindi se non trovi un senpai che ti faccia da tramite ne ricavi davvero poco, insomma mi ritengo fortunato finora. La seconda ora un’altra lezione con il maestro Irie, che ho trovato di nuovo molto tranquillo, non so dirvi se è perché il maestro sembra avere dei problemi all’anca o parte bassa della schiena in questo momento. Ho avuto modo di praticare con Craig un sudafricano che avevo incontrato a Saku e che mi aveva stupito durante l’embukai, abbiamo lavorato molto bene insieme e davvero mi è rimasto il rammarico di non averlo incontrato sul tatami durante il seminario di Endosensei, ne avrei tratto molto profitto. Mi ha confermato che la sera del venerdì il maestro Endo insegna a Tokyo e quindi ho avuto l’occasione di seguire ancora una lezione con il maestro, anche se questo vuol dire perdere le lezioni serali dell’honbu, in particolare quella di Miyamotosensei, ma in questo momento ho delle priorità molto chiare. Prima però dovevo riuscire a partecipare alla lezione del maestro Seki alle 15, che la prima volta in Giappone ho perso perché si trovava all’estero, da quello che avevo visto ero curiosissimo di questo terrificante movimento a frusta che genera su ikkyō, beh non sono stato deluso. Il maestro ha spiegato molto, almeno per i canoni del luogo, ha posto molto l’attenzione su yokomenuchi e sul mantenere il centro mentre si porta il colpo, ponendo molta attenzione alla reattività di uke, un bel lavoro che mi ha lasciato soddisfatto nonostante il prezzo da pagare in termini di affaticamento. Subito dopo una corsa a casa per la doccia e il cambio keikogi e via fino al Koutoku Aikidō dojo per la lezione di  Endosensei che è stata confermata. Sul tatami ho ritrovato Suzukisan che ora vive in Olanda e ritrovo ai seminari del maestro in giro per l’Europa, non eravamo moltissimi, o almeno non tanti come si può essere ad un seminario e questo ha permesso al maestro di lavorare con tutti. C’è stata anche una spiegazione molto bella in cui il maestro ha ampliato un tema accennato anche a a Saku. Ovvero la necessità di non confondere l’essere capaci di adattarsi ad ogni condizione, e qui il maestro cita spesso una frase di Osensei che adattata suona come “ci sono mille risposte diverse per mille condizioni diverse”, con il fare continuamente tecniche diverse. A volte è importante anche lavorare una sola tecnica mille volte fino a diventare capaci di usarla naturalmente in qualunque momento, a comprenderne profondamente il timing corretto per l’applicazione e poi diventeranno due tecniche, poi tre e così via. Un’altra buona notizia è stata scoprire che sabato ci sarà un seminario di Arigasensei a Tokyo, ma vi rimando alla prossima puntata, i giorni 11 e 12. Per oggi con quattro ore e mezza di pratica è giunto il momento di riposare.