Oggi siamo entrati nel vivo dell’atmosfera da seminario. Il tema centrale delle lezioni è stato, oltre alla condizione fondamentale data dalla routine 1 che ci conduce ad una postura dove la nostra gravità è centrata, il movimento positivo, che è il modo corretto con cui Arigasensei propone di interagire con il compagno. Il movimento sarà positivo se l’asse centrale non arretra durante le rotazioni, negativo altrimenti. La routine 1 ci permette di capire come la postura in gravità può ricevere ed assorbire l’energia data dall’attacco o dall’input iniziale di Uke, che nel filone di Endo viene nominata come Atari, tramutandolo in connessione, nominata Musubi in questo contesto. Quando c’è musubi l’effetto dei movimenti del centro di Tori hanno ripercussioni immediate su Uke, tenendolo costantemente o infangato nel movimento o per reazione in fluttuazione, ed in più dato che induce uno stato di tranquillità nella mente di Tori, si entra, o di dovrebbe entrare, in uno stato profondamente vigile dove si è estremamente sensibili ai tentativi di Uke di recuperare il proprio centro. Perché la condizione di musubi si mantenga è necessario che ci sia l’atari iniziale di Uke, ma anche che poi Tori mantenga la sua gravità in modo presente su Uke, per certi versi possiamo dire che sia necessaria una pressione accogliente, se il nostro centro/asse si ritira nel momento in cui il movimento acquista più dinamica il musubi si interrompe. Nella pratica “recitata” delle forme questo non sarà un problema, ma in una pratica superiore dove si richiede ad Uke di essere intelligente e di praticare Aikidō parimenti a Tori la cosa crea un problema enorme. Nell’idea di movimento positivo non è vietato arretrare o prendere distanza ma è il ritrarre la propria energia il problema più grave, per questo il concetto è più complesso del semplice premere costantemente in avanti. Questa complessità porta il maestro a proporre tecniche ed esercizi diversi per affrontare il problema da più punti e sfaccettature. Cominciando dal lavoro più tipico di katatetori, per poi passare a chiamare Uke lasciando tenere il polso e dandogli le spalle, per arrivare a rompere la presa senza disconnettersi, e da lì il lavoro su yokomenuchi scaricato in irimi e tenkan, sempre avendo più cura di mantenere il positivo che non di concludere con una tecnica specifica. E così è un susseguirsi di un quasi ikkyō, di un quasi kotegaeshi, di un quasi kokyūnage, non perché non si arrivi effettivamente a quella conclusione, ma perché se uno li nomina direttamente la mente del praticante va direttamente alla conclusione e salta il processo di esplorazione di sé e della connessione che lo precede. E in questo risiede un punto importante che il maestro sottolinea sempre, dato che il lavoro pone importanza sul proprio interno la responsabilità ultima del lavoro che facciamo può essere solo ed esclusivamente nostra. Il maestro propone e condivide le sue idee, ma se quelle vogliamo farle proprie spetta solo a noi, sarà solo nostra responsabilità.
