10 giorni con il maestro Ariga: day 4

Una giornata un po’ avventurosa oggi, il lunedì post seminario, all’aeroporto di Oslo mi sono riunito con il maestro Ariga e Jacqueline, responsabile del dōjō a Stavanger ed una delle organizzatrici del seminario ad Oslo, per il viaggio in aereo per Helsinki. Jacqueline, che parla correntemente anche italiano, ha smarrito lo zaino con i documenti sul treno, così arrivati ad Helsinki sono l’unico patentato e sono stato promosso ad autista, nessun problema tranne che la macchina ha il cambio automatico, prima esperienza per me ma i miei passeggeri pazientemente hanno sopportato le prime 50 frenate schiantate che ho fatto. E via in viaggio per Kikkonummi per riunirci con tre allieve giapponesi del maestro Endo che parteciperanno alle lezioni fino al seminario del fine settimana: Makikosan, Marisan e Shizukasan. Conosco Makikosan abbastanza bene perché ha un ottimo inglese, fa da traduttrice spesso ai seminari a Saku, ed un grande senso dell’umorismo che si sposa bene con il mio, ridiamo spesso della mia smodata passione per il melonpan, un dolce da colazione giapponese. Saremo ospiti per una notte di Miia e Patsi, e la sera ci sarà lezione nel dōjō di cui sono responsabili. Ho incontrato Miia e Patsi più volte ai seminari del maestro Endo, a Roma, Helsinki e Saku, sono due ottimi praticanti ed alti grado, ogni volta che ho potuto praticarci insieme ho imparato sempre moltissimo da loro, sanno aiutarti sia semplicemente praticando con il loro esempio sia facendoti qualche osservazione. Kikkonummi è una cittadina piccola, ad una trentina di km da Helsinki, eppure anche qui si trovano ottimi praticanti di Aikidō che magari non godono di fama internazionale ma hanno un Aikidō di altissima levatura, e questo mi porta ad una riflessione che faccio spesso tra me e me, ovvero di quanto sia stupido generalizzare sullo stato dell’Aikidō praticato fuori dalla propria esperienza diretta. Mi capita spesso di sentire e leggere opinioni granitiche sullo stato dell’Aikidō oggi, magari formulate giusto dopo aver visto video di insegnanti che cercano attenzioni, ma esistono molte realtà differenti e l’Aikidō ha caratteristiche che cambiano da individuo ad individuo e da insegnante ad insegnante. Credo che per tanto Aikidō discutibile che si vede sui media ne esista altrettanto di buona qualità praticato senza cercare visibilità. Uno dei miei sogni è poter prendere un anno sabbatico e girare qualche nazione di dōjō locale in dojo locale conoscendo realtà così differenti. La lezione serale al dōjō di Miia, che si chiama Kinoumi altra lettura degli ideogrammi che ho usato per Kikai, si è aperta come sempre con la routine 1, affrontando subito il caso però in cui l’Atari di Uke sia troppo rigido o troppo soft, in entrambi casi si deve portare il proprio centro, restando in asse in mezzo ai piedi di Uke. Da qui il maestro ha reintrodotto il lavoro di allineamento per “ikkyō” sulla linea interna ed esterna, allineandosi all’avambraccio od al gomito con il proprio hanmi, e poi ha affrontato lo stesso movimento ritornando al caso in cui il braccio di Uke fosse troppo rigido o troppo soft. È stato anche, questo, l’inizio di un lavoro teso a porre il nostro focus nell’estensione oltre il punto di contatto, un discorso molto complesso che il maestro ha illustrato in modo più esplicito in un’altra tecnica. Un altro lavoro proposto è stato quello che il maestro chiama “flessibilità della spalla”, cioè la capacità di assorbire la forza di Uke tramite l’apertura del cinto scapolare, più eventualmente la discesa del proprio centro, se il tutto è combinato con un buon timing e l’allineamento di ikkyō si può trasformare in un rapido kokyūnage. Da qui siamo andati a lavorare sulla routine 3, mi ricordo che già due anni fa il maestro avesse insistito su un ritmo musicale nell’esecuzione del movimento, ma in questa occasione approfittando del numero ristretto di partecipanti ci ha proposto, con grande divertimento di tutti, la marcia nuziale. L’altro esercizio proposto che mi ha colpito è stato partendo da katatetori aihanmi, l’ingresso sul fianco di Uke, e poi con l’esercizio di Rabbit il passaggio del nostro polso sopra la presa di Uke, quindi girare positivo per avviarci verso l’iriminage, lì se cerchiamo di “tirare” Uke dalla presa incontreremo resistenza, allora il maestro dopo rabbit ha afferrato un bokken e lasciandolo crollare sul fianco esterno ha usato il peso della punta per proiettare la propria intenzione oltre la presa ed il punto di contatto. Infine il maestro ha concluso con suwariwaza ryōtetori kokyūhō, usando un movimento ad onda del busto, questa volta rivolto verso il basso, ci torneremo varie volte nei giorni successivi. Una lezione che mi ha colpito molto per la continuità didattica interna ed anche per il modo di illustrare in modo molto pratico certi punti che mi ha lasciato delle sensazioni molto nette. A tutto questo si somma il piacere di aver lavorato con persone interessanti, la “piccola” Tina che non perdona errori, Marisan, Makikosan, Mia, Sami ritrovato nuovamente dopo Oslo e tanti altri. Domani ci sposteremo a Jyväskylä, che ha fama di essere un dōjō tosto con dei praticanti solidi ed energici, ammetto di essere moooolto curioso.

10 giorni con il maestro Ariga: day 3

È già arrivato l’ultimo giorno del seminario di Oslo. Abbiamo lasciato il b&b ed alle 11 sono cominciate le ultime due ore di pratica sul territorio norvegese. Sono riuscito a lavorare con persone che conosco bene, e che so già che mi offriranno un feedback specifico, che mi permetterà di mettere alla prova la mia comprensione di quel lavoro che sto cercando non solo di decodificare, ma proprio di assimilare con il corpo. E poi ho cercato di praticare con un po’ delle persone che ho conosciuto al party del sabato sera, persone nuove, che ti offrono una reazione inaspettata e a cui devi adattare più volte il tuo movimento cercando di non abbandonare il lavoro prodotto dal maestro. Arigasensei ha proposta un po’ più forme quest’ultima lezione, confidando che gli elementi costitutivi del suo Aikidō fossero oramai abbastanza chiari e che si potesse in un determinato contesto metterli alla prova. Non so dire se lavorare nella forma sia più facile o difficile, è più difficile perché la meccanicità della forma induce spesso a ripetere il gesto già conosciuto, perché purtroppo la mente si rifugia continuamente nel già conosciuto. Può essere più facile se la forma invece diventa un supporto stabile così da poter porre il proprio focus sugli elementi che si stanno investigando perché o nuovi o non ancora pienamente assimilati. Per me è, come credo per buona parte, entrambi, mi permette di osservare dettagli di forme che ho già visto ed ora mi sembra di cogliere per la prima volta, soprattutto il timing di certe porzioni, ma allo stesso tempo la confidenza con la parte più meccanica mi porta ad accelerare andando a perdere la consapevolezza dei fondamentali soprattutto della postura in gravità e della qualità positiva nelle rotazioni. Quindi per me è vero che c’è stata meno precisione, però allo stesso tempo l’energia è stata più scorrevole, permettendo al corpo di scaricarsi. Ora vedremo se dopo delle lezioni così intense, cambiando il contesto con il passaggio alla pratica nei dōjō individuali nei giorni feriali, la mia capacità di assimilare queste proposte funzionerà differentemente. C’è anche un”altra riflessione che vorrei condividere, una cosa che mi è successa sul tatami, e non è la prima volta, e penso sia un’esperienza che abbiamo avuto tutti, l’Uke con cui non ti trovi proprio e che arrivi al limite di mandarlo a quel paese. Certamente è in buona parte colpa mia, perché mi succede spesso quando incontro la persona sbagliata nel momento giusto. Il momento è quello giusto perché quelle volte ho fatto da Uke al maestro, e quindi ho un’impressione molto forte di che lavoro mi è stato fatto addosso, ed ammetto che ho un’energia più alta in quei momenti, perché ho sentito la tecnica in un determinato modo e cerco di rimetterla in atto e che mi sia fatta in un modo che sia il più fedele possibile alla mia impressione. E questo può essere negativo, la mia energia più alta può scontrarsi con la confusione di qualcuno che invece quella tecnica l’ha vista da fuori e sia incerto, però anche la persona che ti prende dopo che hai appena fatto da Uke, non vi parrebbe normale che se gli dici qualcosa provi un attimo ad ascoltarti? Per farla breve ieri dopo aver fatto da Uke al maestro mi prende uno, lo lascio cominciare, come faccio sempre sui tatami che conosco poco perché mi permette di regolarmi sull’intensità che poi avrò come Tori, Questosignore comincia e secondo me è un disastro, non riesco neanche a capire come cadere visto che lo sto reggendo io, in qualche modo mi tuffo le mie quattro volte, anche se voglio aiutare non lo faccio mai al primo giro, perché per esperienza ci sono tante persone che quando gli fai tu la tecnica ti osservano per capire come la fai, e poi decidono se la tua esecuzione differisce dalla loro e se possono prenderne qualcosa. Non posso dire che la faccia giusta però posso dire che cerco di farla come l’ho sentita,al tipo evidentemente non gliene frega u nulla. Al suo turno ripete il disastro del primo giro, alla seconda esecuzione gli dico che il maestro teneva l’asse dritto (non vedo perché lo devo regge io quando sta storto) ed aveva il centro rivolto verso di me, cercando di essere “diplomatico” nell’esprimermi. Effetto nullo, se gli avessi detto che il mio colore preferito è il verde petrolio avrei avuto lo stesso effetto. Mi tuffo gratis un’altra volta, alla terza esecuzione è poggiato su di me con una spalla (la mia fronte vede perfettamente la sua tempia) e la sua linea centrale è rivolta alla mia destra, davanti la mia mano che cerca di non fare nulla ma non sa perché, allora gli tocco il nodo della cintura e cerco di girarlo un po’ verso di me, si ferma, prende spazio e mi dice “i don’t like people telling me what to do!”. Imbarazzatissimo silenzio da parte mia, il mio unico pensiero dentro di me, alla romana, è “tepotevifalicazzituaseiuncojonenonimparimai”, mi tuffo altre due volte, poi turno mio e altri quattro tuffi, mi lascia così, un po’ amareggiato. Sabato pomeriggio ci evitiamo accuratamente però la sera penso che l’aikido non debba funzionare così, la pratica con l’altro non dovrebbe lasciarti con un sapore così amaro. Quindi stamattina l’ho cercato, non gli ho detto niente, ho cercato di fare Uke in modo da condizionare il suo movimento senza però ostacolarlo. A fine lezione, quando faccio il giro come sempre per ringraziare tutti quelli con cui ho lavorato, lo trovo, lo ringrazio e gli chiedo scusa per averlo “corretto” ieri, non ho neanche finito che lui mi chiede scusa a sua volta perché ha pensato di essere stato maleducato e brusco. Come diceva l’agente Huber “tutto è bene quel che finisce beeenee” Vi lascio che vado a fare un giro a vigenland park approfittando che qui c’è luce fino alle undici passate.

10 giorni con il maestro Ariga: day 2

Oggi siamo entrati nel vivo dell’atmosfera da seminario. Il tema centrale delle lezioni è stato, oltre alla condizione fondamentale data dalla routine 1 che ci conduce ad una postura dove la nostra gravità è centrata, il movimento positivo, che è il modo corretto con cui Arigasensei propone di interagire con il compagno. Il movimento sarà positivo se l’asse centrale non arretra durante le rotazioni, negativo altrimenti. La routine 1 ci permette di capire come la postura in gravità può ricevere ed assorbire l’energia data dall’attacco o dall’input iniziale di Uke, che nel filone di Endo viene nominata come Atari, tramutandolo in connessione, nominata Musubi in questo contesto. Quando c’è musubi l’effetto dei movimenti del centro di Tori hanno ripercussioni immediate su Uke, tenendolo costantemente o infangato nel movimento o per reazione in fluttuazione, ed in più dato che induce uno stato di tranquillità nella mente di Tori, si entra, o di dovrebbe entrare, in uno stato profondamente vigile dove si è estremamente sensibili ai tentativi di Uke di recuperare il proprio centro. Perché la condizione di musubi si mantenga è necessario che ci sia l’atari iniziale di Uke, ma anche che poi Tori mantenga la sua gravità in modo presente su Uke, per certi versi possiamo dire che sia necessaria una pressione accogliente, se il nostro centro/asse si ritira nel momento in cui il movimento acquista più dinamica il musubi si interrompe. Nella pratica “recitata” delle forme questo non sarà un problema, ma in una pratica superiore dove si richiede ad Uke di essere intelligente e di praticare Aikidō parimenti a Tori la cosa crea un problema enorme. Nell’idea di movimento positivo non è vietato arretrare o prendere distanza ma è il ritrarre la propria energia il problema più grave, per questo il concetto è più complesso del semplice premere costantemente in avanti. Questa complessità porta il maestro a proporre tecniche ed esercizi diversi per affrontare il problema da più punti e sfaccettature. Cominciando dal lavoro più tipico di katatetori, per poi passare a chiamare Uke lasciando tenere il polso e dandogli le spalle, per arrivare a rompere la presa senza disconnettersi, e da lì il lavoro su yokomenuchi scaricato in irimi e tenkan, sempre avendo più cura di mantenere il positivo che non di concludere con una tecnica specifica. E così è un susseguirsi di un quasi ikkyō, di un quasi kotegaeshi, di un quasi kokyūnage, non perché non si arrivi effettivamente a quella conclusione, ma perché se uno li nomina direttamente la mente del praticante va direttamente alla conclusione e salta il processo di esplorazione di sé e della connessione che lo precede. E in questo risiede un punto importante che il maestro sottolinea sempre, dato che il lavoro pone importanza sul proprio interno la responsabilità ultima del lavoro che facciamo può essere solo ed esclusivamente nostra. Il maestro propone e condivide le sue idee, ma se quelle vogliamo farle proprie spetta solo a noi, sarà solo nostra responsabilità.

10 giorni con il maestro Ariga: day 1

Anche questa mattina un po’ di turismo. Dato il tempo piovoso ho deciso di rifugiarmi in un museo, ed ho scelto il museo Fram. Prende il suo nome perché all’interno vi è conservata questa nave che è stata protagonista di una missione di esplorazione della corrente del polo nord prima e poi di altre missioni. Interessantissima la storia delle spedizioni per l’esplorazione geografica e scientifica del polo artico ed antartico. Persone incredibili, coraggiose, forse spesso ai limiti dell’incoscienza ma anche preparatissime e con una mentalità aperta al nuovo, al diverso, ne è un esempio lo studio e la comprensione del vivere degli inuit che invece erano considerati dei primitivi dagli altri europei. E poi la sera la lezione del maestro Ariga, un’ora e mezza per gettare le fondamenta del suo lavoro tipico e di quello che probabilmente proporrà durante il seminario del finesettimana. Routine numero 1, per trovare la posizione neutra, o gravitazionale o semplicemente confortevole. Alzarsi e risalire dalla posizione di seiza, come le donne ninja kunoichi, per imparare a mantenere l’asse costantemente. L’uso del bacino e della sua retroversione per riuscire a restare neutri nella postura anche quando a causa dell’attacco riceviamo una sollecitazione asimmetrica. Un lavoro su ikkyō, o ad esso riconducibile per ritrovare l’allineamento delle braccia-centro-gambe su Uke. L’importanza dell’allineamento di uke e del nostro centro, così che ci sia scambio di energia. È l’inizio di tanto lavoro che, anche se a volte ho già sentito e visto, ogni volta credo di comprendere e di assorbire di più.

10 giorni con il maestro Ariga: day 0

Vorrei fare una cronaca della mia nuova avventura che, ovviamente, è legata all’Aikidō e alla mia ricerca continua sulla Via. Così oggi sono partito alla volta di Oslo per partecipare al seminario del maestro Ariga che comincia da venerdì sera fino a domenica. Fino a qui potreste trovare poco di eccezionale, ma la mia idea era poi di frequentare anche il seminario successivo del maestro Ariga ad Helsinki. Vabbè direte voi, ormai le doppiette con Arigasensei sono diventate quasi normali, con la solita Granata-Napoli che faccio sempre. Però a questo giro non stacco, approfitto che il maestro farà lezione tutti i giorni, anche quelli feriali, in diversi dōjō in Finlandia ed inanello un 10 giorni di seguito di lezioni con il maestro. Assomiglia più all’intenzione di uno stalker che altro, ma per me è invece un’occasione importante, sarà la prima volta che seguirò un maestro, che per me è un punto di riferimento importante, in modo così continuativo ed intensivo. Di solito quello che riesco a catturare nelle lezioni di un seminario devo rimasticarlo da solo quando torno a casa sul mio tatami, la mia speranza invece è di poter ricevere una supervisione continua e ininterrotta, oltre al piacere di poter condividere più tempo con il maestro Ariga che è una persona stupenda anche fuori dal tatami.
Vi terrò aggiornati, intanto oggi ne ho approfittato per fare un po’ il turista ad Oslo.