Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 7 e 8

Dalla nostra base ad Akebonobashi in poco tempo abbiamo raggiunto la zona di wakamatsu ed oggi abbiamo cominciato la pratica all’hombu dojo, e ammetto che fa sempre un po’ impressione trovarsi in questo posto. Qui dal fondatore in poi si sono avvicendati tanti insegnanti che hanno dedicato tutta la vita all’Aikidō, ed anche tanti studenti. Ognuno di loro ha inseguito un’idea, ha cercato di imparare in questo posto, ha condiviso la sua pratica e anche se in parte minima ha influenzato gli altri. E quando salgo sul tatami ho l’impressione di sentire tutto questo, che anche un gesto per molti banale è stato provato e riprovato da migliaia di persone prima di me, che alcune vi hanno trovato un significato profondo, l’hanno esplorato in ogni modo ed altre magari l’hanno ignorato preferendone altri. Per questo salgo con l’emozione e la responsabilità di voler riuscire a vedere ogni cosa, ad assaporare tutto, a sprecare meno tempo possibile costi quel che costi. La mattina abbiamo cominciato con il maestro Yasuno, che ci ha proposto una lezione con una specie di scaletta invertita, katatetori jiyuwaza per i primi 40 minuti, alternando variazioni di iriminage, kokyūnage, shihōnage, kotegaeshi, illustrandole prima tutte insieme e ripetendole ogni tot, lasciandoci cambiare partner un paio di volte. Alla fine invece abbiamo lavorato su tecniche singole, in modo più strutturato. Una lezione molto bella e anche molto frequentata dove ho avuto la fortuna di praticare con gente esperta e dove dato che ci si alternava metà tatami per volta ho potuto guardare le tecniche di altri allievi esperti, tra cui il maestro Hito. Nella pausa prima della lezione serale siamo andati a zonzo fino al palazzo governativo di Shinjuku, ma abbiamo trovato l’osservatorio chiuso, una rifocillata al ristorante di una catena che fa spaghetti all’italiana che si chiama al dente e poi un salto a Shibuya, dove si trovano il famoso incrocio e la statua dedicata al cane Hachiko. Un po’ di riposo e via di nuovo sul tatami per la lezione di due ore del maestro Osawa. Mi ha fatto piacere riuscire a seguire il maestro anche nell’istruzione in giapponese, sentirlo sottolineare gli stessi elementi fondamentali presentati anche in Italia, e riscoprire il suo essere gentile ma anche molto fermo nel lavoro richiesto ai praticanti. Mi colpisce sempre il ritmo che riesce ad imprimere alla lezione, l’alternanza di tecniche, di bloccaggio e proiezione, che tengono il ritmo sostenuto senza scadere nel frenetico. Infine una bella cena ad un locale nuovo nel quartiere ed un po’ di riposo, mercoledì mattina è il giorno del rientro per Roberto e la mia prima alzataccia per la lezione del Doshu delle 6 e 30.

Mi sono alzato alle 5 per mettere a lavare i keikogi, salutare Roberto e dirigermi al dojo. La lezione del Doshu è sempre una delle più frequentate, insieme a quella delle 19, molte persone praticano prima di andare a lavoro o appena finito. Mi ha fatto piacere ritrovare Stella, una ragazza cinese che vive a Tokyo proprio per praticare Aikidō, l’ho conosciuta a Saku. Diversamente dal solito non abbiamo cominciato da shōmenuchi ma quasi tutte tecniche da ryōtetori. Grazie a Stella ho avuto modo di ricevere una tecnica dal Doshu, ha un taisabaki molto netto, e la sensazione come uke è che puoi giusto andare dove vuole lui senza alternative. Gli ultimi 10 minuti il Doshu lascia la possibilità di praticare liberamente, e a seconda del tuo partner la pratica può diventare interessante. L’ora successiva il maestro Irie sostituiva Kuribayashi sensei, attualmente in Belgio. La lezione ha avuto un ritmo molto tranquillo e il maestro ha insistito sull’uso del kokyū nelle tecniche, ha girato molto, mi è sembrato molto attento verso tutti. Tornati a casa con Giancarlo ci siamo riposati un po’ e poi abbiamo deciso che la bellissima giornata meritava un secondo round contro l’osservatorio del Tokyo metropolitan government palace, questa volta superata la coda per l’ascensore di una decina di minuti siamo riusciti a salire al 45 piano. Una vista stupenda, ma non credo le foto siano sufficienti a rendere la bellezza della visuale , non vi si riesce a vedere il monte fuji che ad occhio nudo emergeva come un profilo chiaro oltre la foschia. Di ritorno di nuovo al dojo per una doppia lezione del maestro Miyamoto, che oltre ad essere particolarmente energetico ho trovato molto chiaro didatticamente, alternando un lavoro da katatetori gyakuhanmi ad un lavoro analogo in ryōtetori. Un lavoro che è sfociato in uno shihōnage da hanmihandachi sia in katatetori che ryōtetori. Un’altra cosa che mi ha colpito molto è stato vedere Francesco Re prendere ukemi per il maestro in più di un’occasione, l’ho trovato cresciuto moltissimo tecnicamente, e penso sia appagante vedere che una scelta coraggiosa come andare a vivere in Giappone praticando Aikidō e mantenendosi con un lavoro stia dando frutti. Come ben ricordavo il tatami dell’hombu è sempre duro come la pietra, ma sto cercando di gestirmi meglio dell’ultima volta, soprattutto nelle tecniche in suwariwaza, e al momento sembro cavarmela.

Vi lascio ricordandovi che il 25-26 maggio, tornato fresco fresco dal Giappone ci possiamo incontrare per il seminario dei maestri Bottacin e Watanabe che ospitiamo al Kikai dojo di Ostia. Spero di vedervi sul tatami, di praticare insieme e di chiacchierare il più possibile (dopo la pratica)

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 6

Oggi è stata una giornata di riposo “forzato” che abbiamo trascorso a gironzolare per Tokyo, un discreto allenamento visto che alla fine abbiamo marciato per una decina di kilometri. Siamo partiti da Asakusa, che avevamo visto ieri sera tardi mentre cercavamo un posto per cenare. Qui si trova il tempio di Sensoji e un enorme mercato di ninnoli e cibo per turisti stranieri e non. Ma anche alcuni negozi bellissimi che vendono statuette di porcellana,  sumi-e e stampe del fine 1800, a prezzi ovviamente esorbitanti. Una lunga passeggiata ci ha portato attraverso Akihabara, il distretto “elettronico” che abbiamo un po’ ignorato, e poi chuoin, sede della banca centrale giapponese e fino a Ginza, luogo di shopping di alta classe, in pratica solo da vedere. A Ginza ho scoperto un negozio chiamato Itoya che vende articoli di ottimo design per la casa, i viaggi, ma soprattutto ha un reparto fantastico dedicato alla carta. Salendo al settimo e all’ottavo piano vi troverete catapultati in quello che per la carta può essere paragonato ad un negozio di alta sartoria in Italia. Carta fatta a mano di qualunque foggia, spessore, filigrana e colore possiate immaginare, con articoli per timbrare, sovrimprimere, tagliare e piegare. Beh la verità è che non potete immaginarlo, perché altrimenti avremmo un negozio così anche in Italia. E questo è l’elemento che mi colpisce di più della cultura giapponese, il sentire in modo concreto che se una cosa bella può essere creata allora non ci devono essere ostacoli alla sua realizzazione. Se la potete immaginare, se credete che anche una sola persona possa sentirsi innalzata dalla sua bellezza, allora quell’idea deve essere resa concreta ed essa naturalmente raggiungerà chi la aspetta. Anche l’idea che il pratico possa essere coniugato con l’estetica affiora in tutti gli oggetti. Non voglio completare il resoconto di questa giornata senza parlarvi anche di Aikidō quindi vi riporto alcuni pensieri che è tutto il giorno che mi tornano alla mente, frutto di una piacevole chiacchierata con Tina, una signora finlandese sopra la sessantina, molto piccola di statura, che segue da molti anni il maestro Endo. Mi diceva che pratica Aikidō da più di 40 anni, e al vedere la mia espressione di apprezzamento mi ha rimbrottato: “si è bello aver praticato per più di 40 anni, però c’è un unico problema. È che sono passati 40 anni! quindi molto probabilmente ne hai più di 60!” E siccome parlavamo di un praticante che un po’ di tempo fa avevamo preso in giro perché è un po’ rigido mi ha detto: “però sai se il tuo uke diventa rigido la colpa è nostra, siamo noi (Tori) che abbiamo fatto qualcosa che lo ha irrigidito, ma non lo vogliamo ammettere. È sempre difficile quando qualcosa non funziona, vogliamo sempre dare la colpa agli altri. Però sai che servirebbe? Che proprio in quel momento, quando il tuo compagno si irrigidisce nella sua risposta, qualcuno ti portasse uno specchio per vedere realmente come sei. E alla fine quando riesci a capire, è proprio uke che diventa il tuo specchio, quando si irrigidisce devi capire che stai sbagliando, accettare e cambiare te stesso.” È una riflessione che pronunciata così, con la semplicità di un cuore aperto, ho trovato molto profonda e mi torna continuamente in mente. Vi saluto, che domani ho un bel programma di pratica di tre ore, mattina il maestro Yasuno e la sera doppia lezione del maestro Osawa.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 4 e 5

Gli ultimi due giorni del seminario del maestro Endo sono stati così ricchi di emozioni che è stato difficile fermarsi per scrivere qualcosa. Il 4 maggio era previsto l’embukai, un’ora di lezione e poi il party. L’embukai era organizzato con una dimostrazione prima dei bambini del corso di Saku guidati dal maestro Ariga, poi i kyūsha, gli yudanshā, etc…Dopo un altro paio di dimostrazioni ci sono state quelle degli insegnanti stranieri, a cui ho partecipato con Roberto che mi faceva da uke, ho cercato di lavorare in modo pulito e semplice. Purtroppo la mia parte si è svolta in contemporanea con la dimostrazione di Matti e Borje, due allievi che seguono Endo da moltissimo tempo e a cui ero molto interessato. Infine l’enbu del maestro Endo, un po’ atipico rispetto alla solita esecuzione di tecniche a cui si può essere abituati in una dimostrazione. Endosensei ha cercato di illustrare il suo Aikidō, la sua condizione fisica e mentale nella pratica alternando spiegazioni e tecniche sugli uke, una sintesi di molte cose ribadite durante le lezioni del seminario, ma forse più organizzate in un discorso unico, che riascoltando ho capito meglio. E poi siamo tornati al dojo per il party, facendo l’ultimo giro in bici, guardando con calma le montagne circostanti, qualcuna ancora spruzzata di neve, i giardini curati di alcune case, i terreni scuri appena arati, assaporando l’aria di questa cittadina remota che forse sarebbe una meta del tutto sconosciuta a noi occidentali se non fosse per la presenza del maestro Endo e del maestro Ariga e di quello che hanno costruito. Il party è stato molto animato e dopo il mangiare c’è stata una seconda parte dove si sono alternate canzoni popolari e le esibizioni di Matti e Jorg, la prima un’esecuzione al piano in chiave jazz di un pezzo dei Genesis è stata stupefacente. Anche il maestro Endo ha chiuso cantando una canzone tradizionale giapponese, e infine siamo andati ancora a stare insieme ridendo e scherzando davanti ad un bicchiere. L’ultimo giorno del seminario abbiamo cominciato prima, alle 10, per un’intensa lezione di tre ore, interrotta da una breve pausa di 10 minuti. Il maestro ha proposto una serie di esercizi da hanmihandachi che richiedevano di portare uke prima a terra e poi di mantenerlo costantemente sbilanciato per impedirgli di tornare in piedi, un lavoro interessantissimo che abbiamo esplorato anche cambiando uke più volte, costretti quindi ad adattarsi allle risposte diverse di ognuno. Poi ancora in hanhandachi abbiamo eseguito shihōnage, ed un’osservazione del maestro sulla presa della mano di uke mi ha risolto una questione che mi ero sempre posto. Il che mi porta ancora ad osservare perché ci siano delle cose che una volte spiegate risultano così ovvie ma a cui non riusciamo a dare un senso da soli, bah! Abbiamo continuato lavorando in suwariwaza su Shomenuchi le tecniche fondamentali da ikkyō a yonkyō. Ed ancora il maestro è tornato a sottolineare che quando si lavora in katageiko, nella sicurezza dei movimenti che seguono una determinata sequenza, e di un uke che reagisce esattamente come vogliamo, abbiamo il dovere di rivolgere la nostra attenzione al nostro interno, cercando morbidezza, flessibilità e libertà. Poi abbiamo concluso con un jiyuwaza da Shomenuchi, dove ho avuto la fortuna di lavorare con il maestro Ariga e di confrontarmi con la sua energia infinita, posso solo dire che ho imparato moltissimo. La lezione si è conclusa con un bellissimo discorso del maestro, pieno di gratitudine per chi ha organizzato e reso possibile un seminario così bello, un discorso anche profondamente filosofico sull’utopia che si realizza di momento in momento quando gli esseri umani si ritrovano insieme in fratellanza ed armonia. Il suo invito a tornare a casa ed ad impegnarci per realizzare un’utopia simile a nostra volta è stato molto toccante, e per me che ho avuto la fortuna di lavorare ancora una volta in questa lezione con i suoi allievi diretti la valenza di un invito quasi personale. Infine siamo scappati un’ultima volta alle onsen, oltre che per ristorarsi per poter affrontare il viaggio a Tokyo da persone civili. Lunedì sarà ancora giornata di festa, perché qui le feste nazionali che cadono nei festivi scalano al giorno dopo, e potremo dedicarci a visitare un po’ di Tokyo. È davvero difficile esprimere la gratitudine che ho provato e provo per il maestro Endo e il maestro Ariga in questo momento, l’unica cosa che posso fare è invitarvi a non perdere tempo e ad organizzarvi per poter condividere anche voi quest’esperienza che vi toccherà profondamente.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 3

Il terzo giorno ad orario pieno si è concluso, molta fatica ma anche il piacere di aver praticato e lavorato molto. La cosa che mi ha colpito di più oggi sono le donne con cui ho praticato. Diverse universitarie ed anche qualche signora più grande, e tutte in grado di gestire sul piano tecnico e della connessione la pratica senza problemi. Forse questa è una delle qualità che mi piace di più della pratica definita “soft” del maestro Endo. Ponendo l’attenzione sulla connessione tra i due praticanti la maggior parte delle volte anche il “confronto agonistico” si pone di più sul sentire dove è possibile portare uke nello squilibrio che non sul chi è più forte. Certo capita sempre qualche praticante più “resistente”, soprattutto tra gli uomini di una certa età, però diventa un esercizio per noi stessi a non entrare in una mentalità competitiva. Il maestro ha continuato a lavorare molto su katateryotetori, Shomenuchi e Ushirowaza ryotetori, sottolineando sempre la connessione che si crea nello stesso modo quando uke cerca di sollevare le braccia e Tori le distende naturalmente verso terra. Sono riuscito a vedere un collegamento che il maestro ha sottolineato tra le sua forma di nikyō omote e kaitennage, e a cogliere il timing del momento di applicazione sul “rimbalzo” di uke, è stato quasi un caso ma sono riuscito a registrarlo. Dopo la lezione un altro giro alle onsen, perché l’effetto sui muscoli è stato molto buono, quindi ripetiamo volentieri. Tornando con un po’ di calma in bici ho avuto modo di guardare il paesaggio e sembra davvero una zona molto bella, all’orizzonte si levano in cielo delle mongolfiere per un festival che si terrà il 5 maggio, le montagne, e ancora qualche ciliegio in fiore. Domani orario ridotto, dalle 13 alle 15 si terrà un enbu, e poi un’ora di pratica dalle 15 all 16. Non so se faremo in tempo a fare un altro giro alle terme perché alle 18 ci sarà il party e i preparativi in dojo vanno avanti da giorni.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 2

Oggi è stata una giornata di pratica intensa e la fatica comincia a farsi sentire, soprattutto nelle gambe. I primi tre giorni del seminario l’orario delle lezioni va dalle 11 alle 15, quattro ore di pratica intervallate da una breve pausa di trenta minuti. Il bel tempo ci ha permesso di andare in bici dal dojo fino al Budō hall di Saku, un buon riscaldamento in pratica. Avvicinandosi il fine settimana si è vista parecchia gente in più sul tatami, e infatti anche al dojo la sera i futon coprono ogni centimetro quadrato del tatami. Il maestro è tornato a chiederci cosa sentiamo quando eseguiamo la tecnica, ha sottolineato la necessità di non focalizzarsi sul far cadere il partner e a concentrarci invece sul muoversi liberamente. Quando riusciamo a muoverci liberamente, restando connessi con uke avverrà naturalmente ad un certo punto uno squilibrio tale che uke cada. Se il nostro kimochi, la nostra sensazione interiore non è piacevole non saremo in grado di muoverci liberamente. Per esempio nella pratica del suburi di Shomenuchi riusciamo a muoverci bene, ma nel momento in cui lavoriamo in coppie subito la foga di colpire cancella la sensazione piacevole precedente. Endo sensei ci tiene a sottolineare di aver ripetuto queste cose svariate volte, ed anche la pratica tecnica è tornata sugli stessi elementi ma da diversi approcci, in Ushirowaza, Shomenuchi e katateryotetori. Dopo l’allenamento siamo andati a goderci le onsen, i bagni termali, nella speranza che l’alternanza vasche fredde e calde aiutasse la circolazione e il recupero dall’affaticamento muscolare, comunque siamo usciti morbidi come delle meduse, speriamo che aiuti. La sera dopo cena nella sala antistante la cucina si sta insieme a scambiare chiacchiere e a conoscere meglio chi magari abbiamo incontrato per la prima volta sul tatami. si raccontano i viaggi e le esperienze che si sono accumulate. E poi via a dormire per un meritato riposo.

Giappone 2.0 e Aikidō: giorno 1

Ci siamo svegliati presto e dopo un giro veloce sullo Shinkansen che va in direzione Chiba, scendiamo a Sakudaira la stazione di Saku, città natale del maestro Endo. Qui i primi cinque giorni di Maggio e gli ultimi di Agosto si tiene un seminario intensivo guidato da Endosensei.

Il paesaggio ed il clima sono molto diversi, ci troviamo nel centro del Giappone e la primavera fa un po’ di fatica ad arrivare, delle belle catene montuose caratterizzano i dintorni. A Saku si trova il dojo aperto dal maestro Endo ed ora custodito e guidato da un suo allievo Arigasensei. Siamo troppi per poter praticare nel dojo, quindi le lezioni si tengono nel Budōkan di Saku (il locale palazzetto per le arti marziali) ma il dojo resta il cuore di tutte le attività che non si svolgono sul tatami. Si può essere ospitati e dormire con il futon sul tatami, cenare tutti insieme avendo collaborato alla preparazione del pasto, e trascorrere la serata scambiandosi opinione e conoscendo nuove persone. Fa un po’ impressione vedere l’organizzazione messa in piedi da Arigasensei, che pure restando il chiaro timoniere riesce ad essere vicino a tutti.

La lezione del maestro Endo è chiara, e si apre con un discorso che sottolinea non tanto cosa sia l’Aikidō ma perché e come dobbiamo praticarlo. Porre la propria attenzione a come possiamo far funzionare il corpo, al perché ci comportiamo in un certo modo, al creare una connessione con il partner e al perché questi ci risponde in una determinata maniera, liberandosi dalla voglia di sopraffare e proiettare, è al centro dell’insegnamento del maestro. Senza considerare poi il valore aggiunto di poter praticare con i suoi ottimi studenti che finora avevi solo ammirato nei video delle sue dimostrazioni, Arigasensei, Shimizusensei, Oiwa sensei, ti costringono a lavorare restando presente al 100%.

Come rematori affiatati

Quando si guarda ad un anno didattico che sta per cominciare la prima domanda che ci si pone è “quale indirizzo dare alle lezioni? Su cosa si vuole lavorare in particolare?”. Non sono domande semplici ed è necessario avere prima di tutto chiaro quale sia stato il risultato dell’anno precedente. Aver osservato i propri allievi agli esami di fine corso, i punti critici su cui si sono arenati, la loro partecipazione alle lezioni e ai seminari che si sono proposti è importantissimo. Ogni responsabile di dojo lo fa per i propri allievi, ma allo stesso tempo è necessario anche che l’insieme degli insegnanti che perseguono una didattica condivisa cerchino di fissare un obiettivo comune, confrontandosi tra loro, ma anche con gli allievi altrui che come uno specchio appena pulito restituiscono un’immagine più fresca. Ritrovarsi insieme tra dojo diversi ad inizio anno diventa così un’ottima occasione per porre le fondamenta e tracciare un percorso di un nuovo anno didattico, più immersiva sarà l’esperienza e maggiore sarà il profitto, nasce così l’idea di uno stage residenziale. Chi ha avuto la fortuna di frequentare lo stage di Laces condotto dal maestro Fujimoto può già aver vissuto parzialmente questa esperienza, laces è un paese abbastanza piccolo e chi frequenta il seminario si ritrova spesso fuori dal tatami anche a pranzo e cena condividendo molto tempo assieme. In quell’occasione però era il maestro che tirava le fila dell’anno passato dal punto di vista didattico e piantava i semi per quello a venire, ed allo stesso tempo ci osservava, me ne rendo conto ora, con davvero un’enorme pazienza. A Macerata ci ritroveremo quest’anno con il proposito di costruire tra dojo diversi un legame simile a quello che siamo stati così fortunati da aver potuto costruire tra noi insegnanti quando il maestro ancora ci accompagnava. Da venerdì 7 settembre fino a domenica 9, insegnanti e allievi saranno ospiti della stessa struttura, praticando sul tatami, studiando jo e bokken all’aperto, vivendo insieme i momenti conviviali, in modo da conoscerci e abbattere in modo sincero le barriere tra alto e basso. Non c’è praticante di Aikido che possa giovarsi nella pratica nell’isolamento, e più di qualunque lascito tecnico il maestro Fujimoto ha inculcato in noi l’idea che progredire nell’Aikido vuol dire trovare persone con cui praticare in modo paritario, nel senso del rispetto reciproco delle proprie capacità e livello. Se qualcuno è più bravo di noi dobbiamo dare il nostro massimo e approfittare per apprendere di più, se qualcuno lo è di meno dobbiamo adeguarci alle sue capacità ma restare allo stesso tempo stimolanti. Trasmettere questa idea di pratica nel concreto non è semplice, bisogna davvero trovare persone che con affiatamento si pongano lo stesso obiettivo, magari proprio perché sono state educate nello stesso momento, ed è per questo che credo che lavorare con Fabrizio, Koji e Laura sia così importante per me e i miei allievi. Che abbiate avuto l’opportunità di seguire il maestro Fujimoto o meno, se credete che praticare Aikido voglia dire confrontarsi sinceramente, e in modo affiatato senza timore costruire una pratica che non è dimostrativa ma costruttiva allora spero di ritrovarvi a Macerata per questo stage residenziale. Non siamo dei grandi maestri ma seguiamo con tenacia un grande insegnamento.

Viaggio in Giappone e Aikido: giorno 4 e 5

Giovedì è stata una giornata calda ma non troppo umida. Alla lezione delle 8.00 c’era il maestro Osawa che ha sostenuto un bel ritmo, mi è capitato di lavorare con un buon uke, Ivan di origini moldave, è stato un vero piacere, tenere un ritmo sostenuto senza la necessità di dimostrare niente ma concentrandosi nello studio. La lezione è volata via, alla fine ero accaldato ma non oltre i limiti del sopportabile. Poi per la seconda volta, da quando pratico all’hombu, mi sono affacciato al turno del primo pomeriggio per la lezione di Fujimakisensei. L’avevo visto in video e non mi aveva lasciato attonito, però esprime una certa potenza e mi incuriosiva. Ho trovato un insegnante solido e molto onesto, saremo stati poco più di una ventina, che ha mantenuto un buon ritmo nella parte iniziale e che poi al salire della stanchezza generale ha tirato fuori tachidori, il disarmo da attacco di spada, per l’ultimo quarto d’ora. Non essendo molti il maestro Fujimaki è venuto due volte a lavorare con me e il mio compagno, si è informato da dove venissi, e infine mi ha chiamato da uke durante una spiegazione. È davvero solido come la roccia, anche se come capacità di esprimere potenza mi ha impressionato di più lavorare con Kuribayashi sensei il giorno prima. Non sono riuscito a fare una terza ora perché la stanchezza accumulata per il caldo, l’umidità e uno scarso interesse per Sasaki sensei si sono sommati insieme e ho preferito riposare, anche perché l’indomani non essendoci nessuno di interessante al secondo turno ho optato per tornare a praticare al primo turno dal Doshu, purtroppo Irie sensei che doveva tenere il secondo e che ho beccato per caso il lunedì trascorso è assente. Venerdì appena sveglio alle 5.30 l’aria era già calda ed umida, le previsioni davano una giornata molto calda, ma arrivare sul tatami e trovare le finestre chiuse e più di 60 persone che fanno la schiuma lascia sconcertati. Non so quando durante la lezione abbiano aperto ma è stato del tutto inutile, ho saputo poi che eravamo arrivati a 37 gradi. Insomma a fine lezione eravamo tutti distrutti, non ho molta esperienza ma per la prima volta ho visto che nessuno si è fermato per concatenare una seconda lezione. Guigè un argentino che ho conosciuto e con cui ho praticato e che vive qui da anni mi ha detto che oggi sarebbe stato troppo caldo e di non fare altre lezioni. Sinceramente mi ero riproposto di fare solo la lezione del Doshu la sera, perché Sekisensei che mi interessava molto è assente e sostituito da Itosensei che non mi entusiasma e Mori sensei mi è stato sconsigliato da più parti. Con Federico allora siamo andati all’Edo Tōkyō museum , vicino al Ryogoku kokugikan lo stadio dove si tengono i tornei di Sumo, un percorso interessante sull’area di Tokyo dalla sua nascita fino al presente, con dei modelli in scala ricostruiti impressionanti. Tornati a casa l’umidità continuava a salire e sapendo che l’ultima lezione del doshu è la più affollata in assoluto mi sono trovato a concludere la giornata con una sola ora di pratica. Davvero frustrante.

Viaggio in Giappone e Aikido: giorno 2

Cominciamo subito dal dire che ho dovuto rivedere un po’ al ribasso il mio programma, purtroppo il caldo e soprattutto l’umidità terribile sono sfiancanti. Oggi dopo l’ora di Waka sensei ho sfiorato il colpo di calore. Trovare le finestre chiuse all’inizio della lezione, più di 50 persone sul tatami, un compagno di pratica che viaggia a ritmo sostenuto, e Mitsuteru Ueshiba che in 55 minuti, anzi 50 levando la ginnastica, ti fa fare 8 tecniche, illustrandole solo 4 volte, e gli avanzano pure 15 minuti per il jiyuuwaza (la pratica libera riassuntiva con il compagno) e la frittata è fatta. Mi son dovuto saltare la lezione di Yasuno sensei, che invece era un po’ più fresca e con molta meno gente, tant’è che credo che martedì prossimo farò il contrario, saltare il primo turno e seguire Yasuno. Non so perché ma fa molto più caldo dalle 6.30 alle 7.30 che dalle 8 alle 9. Quindi mi sono riprogrammato la pratica su tre ore al giorno, un turno la mattina privilegiando gli insegnanti che vorrei conoscere e due turni la sera, fare 5 ore potrebbe essere possibile in altre condizioni climatiche ed essendosi già ben abituati al tatami. La lezione di Waka sensei non mi ha entusiasmato, la spiegazione sbrigativa dà il via libera ad un fai come ti pare, dove ognuno interpreta a suo piacimento la traccia offerta. Il mio compagno è un buon allievo argentino di Yasuno sensei e mi sono fatto una lezione indiretta alla Yasuno, interessante ma un po’ estraniante, perché quelli intorno facevano tutti in modo diverso, anche tra loro. Quindi dopo aver raggiunto temperature da ebollizione ho scelto il fermo e il riposo, o quasi. Armato di asciugamano di emergenza, come da guida galattica per autostoppisti, ho cercato di impiegare il tempo andando a visitare il museo di spada ma l’ho trovato chiuso per trasferimento fino a gennaio, sfortuna. Il pomeriggio ho saltato Sakurai sensei, perché tenevo molto di più alla lezione del maestro Osawa. È stata una buona scelta perché Osawa sensei è davvero su un altro livello, in tanti aspetti. Per esempio nella gestione della lezione, già l’alternanza di tecniche tra nagewaza, tecniche di proiezioni, e osaewaza, tecniche di blocco a terra crea un ritmo sostenibile con accelerazioni e rallentamenti, con l’aggiunta di quattro pause acqua rapide dato il pomeriggio caldissimo. Ed anche la fortuna di ritrovare sul tatami il maestro Watanabe, lontano dal suo dojo di Bologna (www.aikidowatanabedojo.it) a Tōkyō per lavoro. Nella pausa prima dell’ultimo turno ci ho dovuto mettere una doccia fredda di 5 minuti per abbassare la temperatura corporea, e ne ho approfittato per un cambio keikogi che era diventato inservibile. Il secondo turno di Osawa era molto più affollato, sempre gestito benissimo nella conduzione, una sola pausa acqua ma qualche correzione in più offrivano dei momenti di respiro e allo stesso tempo delle sottolineature tecniche interessanti. Mi piace quanto il maestro riesca ad essere gentilmente intransigente, se ti vede fare un lavoro diverso nella correzione spiega bene le varianti possibili e sottolinea bene, molto bene, quale sia il lavoro che lui sta richiedendo. Poi se si vuole e si può capire il messaggio dipende a quel punto solo dagli allievi. Buone notizie sul fronte ginocchia, che sono in netta ripresa, e sul mio rapporto con il cementatami, inconsciamente ti trovi ad adottare tante piccole soluzioni che minimizzano l’impatto. Cominciare prima ad impiegare il sostegno delle braccia, addolcire il più possibile tutta la forma, essere fluidi nello scendere, e tanti piccole cose che forse non si registrano neanche. Domani mi ripropongo di seguire dalle 8 alle 9 Kuribayashi sensei, che mi ha impressionato moltissimo nelle sue dimostrazioni alla all japan Aikido e che sarà in Belgio ad inizio novembre, e poi il doppio turno serale di Miyamoto sensei, che so già sarà faticoso.
Alla prossima

Viaggio in Giappone e Aikido: giorno 1

Beh sono riuscito a mettere insieme quasi quattro ore di sonno, non male considerato il jet lag. Comunque alle 4 ero bello sveglio, e mi sono dedicato a ripassare un po’ di vocabolario, fare colazione etc, alle 5.30 smaniavo preoccupato di dover fare anche la registrazione etc Esco e manco 5 minuti ero al dojo, la stanza ad 800 metri è stata una bella scelta. La lezione del doshu è stata tosta come pensavo, tecniche molto base, mostrate 4 volte e poi pratica intensa con il proprio compagno. La tecnica del doshu è molto essenziale, sembra tutto semplice, ma replicare quel livello di controllo sul compagno così senza sforzo apparente sembra impossibile. Comunque un signore di una certa età, Tanisan, mi ha invitato a praticare insieme, lì non si cambia uke per tutta l’ora, ed ho accettato volentieri. Ammazza che preparazione fisica, si è fatto tutta la pratica a ritmo sostenuto come tori ed uke, un po’ essenziale nell’attacco, il che mi ha creato delle difficoltà nello squilibrarlo, il che a sua volta si è tradotto in molte correzioni su shihōnage ed ikkyō ura. Mi è parso ci fossero ampi margini per tirare atemi, ma mi sono astenuto dall’entrare in forme di competizione, meglio prendere le correzioni ed integrarle. Caldo e umidità terribili, da drenaggio completo delle energie, ma la sorpresa è stata il tatami, così duro che a fine giornata mi fa male poggiare le ginocchia per terra, non per una contusione da trauma ma proprio per il sommarsi di microimpatti su una superficie completamente rigida, ad un certo punto per necessità di spazio mi sono seduto in seiza sul parquet intorno al tatami e ho trovato la sensazione piacevole, almeno non c’erano le centinaia di cuciture che per sfregamento o per il rilievo ti consumano la pelle di mani e piedi. Comunque la lezione di Irie sensei è stata interessante, passava da un attacco all’altro e non riuscivo a capire dove volesse parare, e invece era tutto imposto sul lavoro di irimi kaiten, anche se ogni volta con piccole variazioni. L’unica sorpresa è che non me lo ricordavo così piccoletto, eppure a Bologna nel 2004 mi aveva impressionato quando mi aveva bloccato un ingresso di katatori menuchi con un solo braccio, che a spingere contro un muro si ottenevano più risultati. È venuto a fare un giro di tecnica ed ho avuto una bella sensazione di forza e rilassatezza allo stesso tempo. Fortunatamente il tatami si era svuotato un bel po’ e stranamente faceva più fresco che all’ora prima. Il mio compagno era un giapponese sui due metri, piuttosto tranquillo fino a quando abbiamo lavorato in hanmihandachi, lui in ginocchio ed io in piedi, era già in difficoltà così , poi Irie sensei l’ha preso di mira ed è entrato nel pallone, prima che facesse in tempo a staccarmi un braccio è finita la lezione. Poi una pausa con quasi due ore di sono. L’accoglienza del mio compagno di stanza, il buon Federico, e via in fuga per la lezione del primo pomeriggio. Toriumi sensei, ha lavorato su delle traiettorie ampie disegnate in modo circolare dalle braccia estese, una gestione del maai molto simile a quella che conosco del maestro Fujimoto. Mi sono sentito abbastanza di casa, vuoi anche per il lavoro con un compagno di allenamento francese piuttosto posato. Un rapido ritorno a casa per cambiare keikogi e per sapere se Federico si fosse ripreso e via alla doppia lezione di Yokota sensei. Prima di tutto il piacere di ritrovare Francesco Re (https://aikidokoryu.wordpress.com) che ha deciso di vivere per un po’ in Giappone per studiare Aikido e spada, abbiamo praticato insieme ad entrambe le lezioni. Poi molte tecniche, anche avanzate e un po’ inusuali tipo ushirowaza katatetori kubishime lo strangolamento da dietro, rapide eppure molto precise sul piano tecnico, con molti parallelismi alla spada. Le uniche note stonate, la confusione imperante in buona parte degli allievi su qualunque cosa fosse variazione dalla base, e si che Yokota sensei affondava il coltello nella piaga fornendoti un 3-4 variazioni a tecnica. Il fatto che il maestro per tamponare parlava tantissimo, e pure sempre agli stessi, che se non ho capito male sono pure i suoi allievi. Di buono di sponda è che ho capito molto di più grazie a queste correzioni anche se le ho dovute quasi rubare fermandomi nella pratica. È interessante che il maestro ci abbia lasciato lavorare un po’ liberi sulle tecniche offerteci nella lezione dividendo i praticanti in due gruppi, che si sono alternati sul tatami, con lo spazio in più non ho potuto evitare le proiezioni grandi che mi ero risparmiato fino ad allora con cura per via del tatami, molto meglio di quanto temessi. Peccato che il tatami mi abbia dato un colpo definitivo sul suwariwaza, è stata una vera sofferenza. L’impressione a fine giornata è che sul piano dell’affaticamento muscolare si possa andare avanti qualche altro giorno così, a patto però di riuscire a tamponare il dolore alle ginocchia. Sono rimasto molto sorpreso dalla totale assenza di uchideshi nelle 5 ore di pratica, e anche dalla qualità media dei praticanti, ma tornerò sul tema più avanti quando avrò un quadro più completo. Domani Waka sensei, il più giovane dei Ueshiba, il maestro Yasuno, che ho già incontrato a Monza e nonostante la sua enorme capacità non sono ancora riuscito a decifrare, il maestro Sakurai e poi finalmente uno dei miei preferiti il maestro Osawa.
A domani